Qualcuno, ormai giunti al 2025, dovrebbe tentare di spiegare alla galassia antifascista che la libertà di parola, la democrazia e la libera opinione sono principi che si manifestano quando qualcuno che non ti piace e che dice cose che non ti piacciono o che ha idee che non ti piacciono è libero di poterle esprimere; altrimenti il tutto assume i contorni del ridicolo. Non solo, ma trattandosi di una questione di principio, quel far parlare liberamente chi non ti piace è garanzia che lo stesso diritto non venga tolto a te.
Sono queste le parole che mi sono venute in mente osservando la grottesca vicenda della manifestazione letteraria “Più Libri, Più Liberi” ed ancor più dopo avere ascoltato le parole di Pierluigi Battista, tra mille scemenze di chi ha uno stipendio non perché è antifascista ma perché fa l’antifascista; differenza non da poco. Il bravo giornalista in un confronto con la Signora Bompiani cercava di spiegare che per la difesa di un principio che deve valere per tutti, i libri non possono essere censurati ma bisogna contestarli nel merito, argomentando tesi di contrasto o semplicemente non prendendoli ad esempio. Era di fronte a una persona sorda, che non capiva quel tipo di linguaggio perché risponde alla logica da sempre vigente a sinistra. Il mio avversario ideologico o politico non ha diritto di esistere. Lo abbiamo sempre visto manifestarsi in politica, a causa del fatto che il percorso storico della sinistra italiana non ha portato alla nascita della social democrazia. Sono comunisti, è qui è il punto. Perché una cosa è essere antifascisti, un’altra è essere antifascisti con cultura comunista. Perché?
Siamo abituati da sempre ad osservare le dinamiche della più importante e celebre contraddizione in termini della storia culturale italiana. E cioè il fatto che a sinistra professano democrazia e libertà, diritti umani e difesa delle opinioni e delle idee, per poi puntualmente – è innegabile – osservare la dinamica che queste idee e queste opinioni però, per essere libere e concesse, devono essere le loro.
Il modello di propaganda solitamente usato è quello della proscrizione. Qualsiasi argomento di confronto, dall’ambiente alle politiche per le minoranze, dalla storia ai confronti politici elettorali, o la pensi come loro e dici quello che dicono loro o sei fascista. Una cosa che ha due effetti. Il primo è sminuire e rendere barzelletta la gloriosa, importantissima e culturalmente centrale storia della resistenza e dell’antifascismo, divenuto slogan vuoto, quasi suscitante ilarità quando viene menzionato. Ma la seconda, io ne sono un esempio, è il rifiuto culturale senza appello di definirsi antifascisti di tutti i cittadini italiani non comunisti ma che potrebbero comunque rientrare in quel percorso culturale. In pratica il cittadino comune per repulsione alle dinamiche descritte, prende le distanze da quel mondo che considera chiuso, violento, autoreferenziale; e percorre quindi altre strade che diventano poi anche elettorali oltre che culturali.
Ma, insito, il concetto più importante da analizzare è il fatto che il pulpito sia quello comunista e che l’antifascismo è un sottoinsieme dove avrebbero dovuto stare e starebbero anche cittadini non di sinistra. In pratica manca in Italia quel percorso storico e culturale che renderebbe possibile a qualsiasi cittadino di destra di definirsi antifascista. Parola che, per colpa della violenza del circoletto comunista che se l’è intestata, genera repulsione. I motivi di questa mancanza culturale sono lunghi da argomentare e non tema di questo articolo, ma ricordo come fosse ieri che il bravo Giampaolo Pansa, più di dieci anni fa sul Riformista, raccontò il percorso storico che intorno agli anni 70 generò una violentissima appropriazione indebita da parte della sinistra comunista dei valori antifascisti. Che, però, appartenevano a un fronte ampissimo e che era stato maggioritario nella resistenza. Pian piano tramite azioni culturali e politiche, gli antifascisti non comunisti vennero estromessi da quella cultura che divenne cosa loro, appropriandosi della storia della resistenza e dei suoi valori, cosa non solo falsa ma esattamente opposta a quanto loro narrino.
E qui, a conclusione, i motivi storici e la spiegazione di quella contraddizione in termini in apertura descritta. Perché i comunisti vogliono vietare i libri degli altri? Perché invece di essere opposizione la loro propaganda si basa sulla eliminazione dell’avversario? Perché la libertà di parola va bene solo se dici quello che piace a loro? Perché culturalmente e storicamente con ipocrisia, loro professano idee che non corrispondono alla loro natura e cultura di provenienza. La resistenza comunista, infatti, non aveva affatto intenzione di liberare l’Italia e darci democrazia e libertà; loro avevano lo scopo di farci invadere da Stalin e fare la dittatura comunista in Italia. Assassinarono anche partigiani non comunisti per questo scopo, come a Porzus, e soltanto con la svolta di Salerno, Palmiro Togliatti su ordine di Stalin fermò il piano e litigò con un giovane Adriano Sofri che gli disse “allora la rivoluzione la farò io”.
Ecco perché non vogliono i libri degli altri. Ecco perché non accettano che le idee e opinioni altrui siano professate liberamente. Perché non sono solo antifascisti. Sono comunisti e i comunisti sono l’antitesi dei valori democratici e di libertà. Con l’aggravante, come spiegato, che hanno assorbito a polarizzato l’antifascismo su se stessi, generando l’assioma antifascismo uguale privazione della libertà, che guida il distacco e la repulsione culturale da parte della maggior parte della popolazione a sentirsi antifascista. L’hanno fatta diventare roba loro e roba loro adesso è.
In un editoriale sul Corriere della Sera, Aldo Cazzullo ha scritto con coraggio la verità: “la battaglia culturale antifascista è stata perduta. Oggi la maggior parte degli italiani non ha una visione espressamente e solamente negativa del fascismo”. E’ così, ma Cazzullo non è capace, o non può per circostanza, dire i motivi di questo fallimento che sono tutti da ricondurre alla sinistra. Il fascismo italiano è stata la più grande avanguardia culturale novecentesca, nel diritto, nelle arti, della ricerca scientifica. Ha annientato la mafia con Cesare Mori, ha reso la popolazione italiana la più istruita al mondo con Giovanni Gentile. Averlo forzatamente per decenni voluto descrivere come il nazismo non è stato solo ridicolo, ma controproducente per la mancanza di quella comprensione dei fenomeni storici e culturali che una volta processati e analizzati con serietà possono essere esorcizzati. Nel senso: ci si può definire tutti antifascisti dopo aver dato la libertà di analizzare con serietà il fascismo e concedendo il diritto di descriverlo per ciò che è stato. Senza ciò gli effetti culturali sono dannosi. Se io, per esprimere una opinione sul fascismo, devo essere criminalizzato, accusato, emarginato questo genera una ovvia reazione: non sarò mai antifascista, anche solo per principio e per reazione a questa violenza. E’ lo schema per il quale la maggior parte degli italiani non si sentono antifascisti sebbene non siano fascisti. Non essere fascisti non significa essere antifascisti. E questo danno culturale, questa mancanza di valori condivisi è il frutto del loro operato.
A raccontare il fascismo come andava fatto ci provò Renzo De Felice, ma la sua azione non venne presa ad esempio e ci ritroviamo ancor oggi con chi dice di voler vietare dei libri e al tempo stesso grottescamente dire che è un principio di libertà e democrazia.
Meno libri? Meno liberi! Sono quello che sono. Tutto qui. Gente che non dovrebbe neanche pronunciare le parole libertà e democrazia. Lo fanno con inganno, con la loro propaganda, che spesso cattura i giovani con la retorica, fino a quando crescono e si accorgono della verità. Una verità che come sempre, per colpa loro, fornisce legna al fuoco di una Italia che va a destra. Sempre.







