Se è vero che la politica vive di cambiamenti epocali che riconducono sempre agli stessi schemi così che nulla cambi, è vero ancor più in Italia dove le “regole” scritte in costituzione dai padri fondatori, hanno segnato la storia della Seconda Repubblica con intrighi di palazzo e spallate per far cadere esecutivi “votati dal popolo” grazie al fatto che, alla fine, a dettare la linea non sia il Presidente del Consiglio che è privo di alcun potere ed è un pari grado dei ministri, nominati come lui dal Presidente della Repubblica. Questa carica, per questo, è sempre stata l’oggetto dei desideri della sinistra che da Scalfaro in poi, attraverso essa, hanno potuto agire per minare gli esecutivi degli avversari politici che, al netto di ogni difetto, sono sempre stati più votati dal popolo e più strutturati ad ogni tornata elettorale rispetto a una sinistra sempre in contraddizione e mai concretamente capace di emanciparsi da schemi che tengono lontana la maggior parte della borghesia moderata di questo Paese; ago della bilancia e maggior partito delle urne.
Scrive Maurizio Belpietro su La Verità del 18 novembre che, anche questa volta che l’Italia sembra essere uscita dalla stagione dei tecnici e dei governi non votati da nessuno, delle manovre segrete per aggirare il gradimento del popolo; anche questa volta, con un premier ai massimi gradimenti della storia italiana, dicevo, ci sarebbe in campo una fervente pianificazione per impedire che avvenga il peggior incubo della sinistra italiana: l’elezione di un Presidente della Repubblica di destra che cambierebbe davvero la storia di una nazione dove la sensazione di tutti è che si, per carità, alle elezioni può anche vincere la destra, ma è sempre la sinistra a controllare il potere e a riprenderselo con congiure, azioni giudiziarie, accordi di palazzo. Il tutto possibile grazie allo scranno più alto sempre in mano ad un esponente non di destra.
Le fonti sarebbero non da poco. Il consigliere di Sergio Mattarella Saverio Garofani avrebbe dichiarato che in questo momento se nulla cambiasse, la Meloni sarebbe certamente il prossimo Presidente della Repubblica. Aggiunge che sarebbe pronta una grande lista centrista nazionale e che non esclude uno scossone. Tradotto: un modo per far cadere il governo prima delle prossime elezioni, cercare una nuova maggioranza e nominare un nuovo premier, in modo tale da condizionare l’elezione del successore di Mattarella.
Se la storia recente ci ha disegnato questo scenario a colpi di spread, con una congiura internazionale franco-tedesca diretta dalla BCE, è tornando al 1994 che si disegna il romanzo già visto di cui potrebbe, secondo le indiscrezioni di Garofani, essere nuovamente protagonista la Meloni: “pane muffito e sardine”. Una ricetta che pochi conoscono e oggi voglio raccontarvi. Il Presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro.
Il cavaliere Berlusconi, sconfitta la gioiosa macchina da guerra di Occhetto, dopo pochi mesi venne raggiunto da un avviso di garanzia a Napoli mentre presiedeva un summit, tramite pubblicazione del Corriere di Mieli. Da quelle accuse venne assolto ma si aprì una crisi con Bossi che venne corteggiato dalla sinistra. Il 22 dicembre Berlusconi rassegnò le dimissioni prima che la Lega gli levasse l’appoggio in parlamento ed era sicuro che Scalfaro avrebbe mandato tutti a elezioni anticipate come suggerito dal Presidente del Senato a cui Scalfaro disse: “non ci penso proprio a dare questa soddisfazione a Berlusconi”.
Berlusconi non aveva fatto i conti con la realtà, e cioè una operazione per far confluire la Lega Nord con gli avversari, definita da D’Alema una costola della sinistra con a contorno una operazione mediatica gestita da Eugenio Scalfari per dare gloria e manifestare complimenti a un movimento intellettualmente validissimo, democratico, vicino alla sinistra più di Rifondazione Comunista. Poco tempo dopo, quando tornerà con Berlusconi, con una operazione di lobotomia dei cervelli degli italiani, quella stessa Lega sarà descritta dalla propaganda di sinistra come xenofoba, razzista, di estrema destra. Ma restiamo al ’94.
Roma, quartiere Talenti, verso l’una di notte del 23 dicembre, il giorno dopo le dimissioni di Berlusconi, Umberto Bossi ospita a casa sua Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione; che per l’occasione porta una bottiglia di Jack Daniel’s. Una volta arrivato Bossi ed entrati in casa, si accomodarono in cucina e per mettere qualcosa sotto i denti prima di iniziare la trattativa politica, Bossi aprì probabilmente l’unica cosa che aveva in casa e cioè delle sardine. Con del pane e col burro fece dei tramezzini davanti a un D’Alema divertito che disse: “adesso ho capito che siete popolari come noi”. Sebbene lo stesso negherà questa circostanza in una intervista nonostante Bossi narrò “La cena delle sardine” nel suo libro “Tutta la verità”.
Ad ogni modo, davanti a quei manicaretti che avrebbero certamente fatto gola ai contadini sovietici post sequestro dei mezzi di produzione, si discute e si raggiuge l’accordo di fare entrare la Lega nell’orbita della sinistra, portando alla nomina di Lamberto Dini, negando a Berlusconi nuove elezioni. Così venne sovvertito l’esito delle elezioni del ’94 e per di più per il Cavaliere nacque una navigata nel deserto fino alle elezioni del 2001, perché Dini, uomo di Berlusconi e il cui nome venne quindi accettato, tradì e formò una piccola truppa che successivamente appoggiò Romano Prodi che vinse le elezioni del 1996; in quanto e soltanto perché la Lega Nord abbandonò la coalizione di centrodestra che andò al voto senza il Carroccio come alleato.
La condizione attuale in cui versa la Meloni è molto diversa. E’ una leader molto astuta, con anche la fortuna di avere protezione internazionale per la casuale e concomitante presenza di forza amiche alla Casa Bianca. Ha dalla sua, anche, la capacità di non andare a rottura in Europa, comportandosi come una vice di Draghi, evitando di aprire dissapori che possano volerla escludere dal panorama internazionale. Ma è innegabile che il fronte interno, invece, è con l’acqua alla gola e in grande difficoltà. La sinistra, vittima di se stessa, è ai minimi storici come credibilità e affidabilità, e si è aperto il fronte di scontro con la magistratura che, venuto a mancare Berlusconi, non ha più la scusa di dire che il potere politico voleva riformarla per proteggersi dai processi. La Meloni è una persona semplice, incensurata, un profilo inattaccabile. E proprio per questo da settimane, lo abbiamo visto tutti, la stampa di sinistra – quella che si dipinge come libera e indipendente – ha iniziato a fare servizi e inchieste praticamente quotidiane solo sugli esponenti di FDL; che siano o meno corrette nel merito, è innegabile l’azione martellante ed anche ridicola di urlare al fascismo e ai fascisti, alla deriva dittatoriale, al rischio di perdere la libertà e la democrazia. Tutte baggianate patetiche ma che denunciano l’isterismo a sinistra che ha solo una ragione. Non sono capaci, come detto da Prodi recentemente, di presentare agli italiani una alternativa credibile. Cantano Bella Ciao, fanno gli antagonisti, organizzano solo gay pride, e onestamente la gente non ne può più. Davvero. Sono un disco rotto. Se nulla cambierà, con una maggioranza di gradimento mostruosa si andrà a votare e con ragionevole certezza FDL sarebbe nuovamente il partito di maggioranza e, successivamente, il parlamento a mani basse eleggerebbe la Meloni Presidente della Repubblica. Con tutto quello che questo significa sia a livello simbolico – una esponente cresciuta in un partito fascista che va al Colle – che a livello concreto, come la possibilità di nominare ministri che potrebbero riscrivere le regole in Europa invece di genuflettersi, come avrebbe fatto Paolo Savona, a cui Mattarella impedì di essere nominato alle Finanze. Ma c’è molto di più, molte cose che noi spesso non immaginiamo ma fanno parte della nostra storia. Come la possibilità di levare il segreto di Stato su alcuni documenti del Sismi di Beirut sulle stragi di Stato, addebitate ai fascisti e che potrebbero riscrivere la storia, ad esempio, della strage di Bologna. Cavallo di Battaglia della sinistra. Insomma, a Report non la prenderebbero benissimo. Per tutto questo, mentre tutto sembra scorrere verso un finale scontato, le anticipazioni del consigliere di Mattarella suggeriscono un altro film pronto ad essere messo in onda.
A quale scossone imminente si riferisce Saverio Garofani? Quale lista centrista vedrebbe confluire al suo interno un numero di parlamentari sufficiente a nominare senza elezioni un nuovo Premier e dargli la fiducia per poi condizionare il voto e l’elezione del Presidente della Repubblica?
Non possiamo saperlo, ma certamente la storia recente ci racconta di come le trame di palazzo e gli accordi gestiti da chi siede al Quirinale, possano portare alla conclusione di legislature solidissime e, dettaglio di cui tutti si infischiano, votate, volute, gradite dagli elettori.
Per questo la Meloni dovrebbe avere a cuore gli interessi degli alleati, stare in guardia e scongiurare che uno chef centrista, con l’aiuto di Mattarella, mostri le sue capacità di preparare ancora una volta, dopo 20 anni da quella cena proletaria al quartiere Talenti, dei manicaretti deliziosi, accompagnati magari da un bicchiere di Jack Daniel’s.
Pane muffito e sardine, l’unica ricetta per battere Giorgia!







