Tanti parlano sempre di indipendenza della magistratura dal potere politico. Come mai nessuno di loro parla della necessità di avere anche il potere politico indipendente dalla magistratura? Il principio di separazione dei poteri alla base del quale si fondano le democrazie moderne, infatti, non dice che il potere giudiziario deve essere indipendente. Dice che tutti, e non solo uno, i poteri dello Stato devono essere indipendenti; così che servano la causa dei bilanciamenti del sistema senza che uno sovrasti l’altro.
La riforma della magistratura che sarà oggetto di referendum il prossimo marzo viene descritta e propagandata senza il necessario contesto storico di riferimento con fatti collaterali, eventi storici, e percorsi che hanno portato alla necessità di intervenire proprio per poter dare ai magistrati libertà di azione invece che essere sotto la pressioni delle correnti dell’associazione nazionale magistrati che, se politicizzata, indica e obbliga una certa via pena il pagare pegno da parte del magistrato di turno non asservito. E’ proprio con il si alla riforma che i magistrati saranno liberi di operare e non il contrario.
Ma perché da lustri si tenta di riformarla, e perché la magistratura resiste come nel forte asserragliata? Andiamo con ordine a descrivere i passaggi fondamentali di questa storia che sono la genesi della magistratura politicizzata e l’abolizione della immunità parlamentare.
L’uso politico della giustizia, genesi di questa alterazione del principio di separazione dei poteri in Italia, fa parte di un disegno programmatico e operativo della sinistra comunista italiana su indicazione di Antonio Gramsci.
Nelle lettere dal carcere, infatti, egli spiegava e istruiva che il popolo italiano era a maggioranza non di sinistra e quindi non si poteva tentare di prendere il potere per via democratica. Quello che andava fatto era la conquista, come a Risiko, delle Casematte del Potere. I sindacati, le università, i teatri, i centri di cultura, i centri finanziari e bancari, l’editoria, la scuola, le magistratura.
L’azione più importante, storicamente, fu quella portata avanti da Palmiro Togliatti che, su ordine di Stalin poi protagonista della Svolta di Salerno, pattuì il dicastero della Giustizia come bilanciamento degli accordi con la DC. Posizione da cui iniziò l’ingresso in magistratura di “uomini al servizio della causa”, che addirittura negli anni 70 diedero il via al dibattito sulla possibilità di una giurisprudenza alternativa per punire diversamente i reati, come gli omicidi, nel caso fossero stati commessi per motivi ideologici di sinistra. In quel caso andavano compresi, trattati diversamente.
Le vicende storiche legate alla lenta costituzione di una parte eversiva della magistratura italiana sono rappresentate storicamente dalla posizione del giudice Adolfo Beria di Argentine, cristallino nella sua descrizione della realtà di una democrazia monca e deforme, in cui è stato possibile un evento storico come tangentopoli, in cui tutti i processi vennero portati avanti tranne quelli verso la sinistra DC e il PCI, per poi vedere i magistrati protagonisti diventare Senatori e Deputati a sinistra.
Sull’onda mediatica e di indignazione popolare di tangentopoli, alcune forze politiche commisero un errore gravissimo abolendo l’art. 68 della Costituzione che riguardava l’immunità parlamentare, istituto fondamentale per equilibrare i poteri e per proteggere gli eletti in parlamento da azioni giudiziarie garantendo la governabilità e la stabilità politica.
Sommando il quadro storico in premessa e l’abolizione della immunità parlamentare, l’Italia si è trasformata in un Paese sotto processo. Qui non c’è da prendere posizione a seconda se ci stia simpatico Berlusconi o meno, ma soltanto da constatare con onestà intellettuale che migliaia di processi hanno fatto cadere governi e cambiato gli eventi alterando appunto la separazione dei poteri. E non entrerò nel merito come fatto in articoli specifici, ma per le stessa ragione di politicizzazione della azione penale sono stati depistati processi di mafia e di terrorismo come con il pentito Scarantino o per le stragi palestinesi diventate fasciste come a Bologna.
Si potrebbe fare molti esempi, basti pensare alla indimenticata vicenda di Clementina Forleo, sul fatto che questa parte della magistratura ha agito per punire, emarginare e limitare la carriera dei magistrati non allineati. Un potere, appunto, che è esondato a causa della abolizione dell’immunità parlamentare.
E’ necessaria una azione di osservazione della realtà storica e politica, che ci consegna oggi come ieri, il quadro cristallino di una ingovernabilità dovuta alla alterazione del principio di separazione dei poteri. Alcuni magistrati, infatti, operano politicamente interferendo con il normale processo democratico e di alternanza, cardine delle moderne forme parlamentari.
E’ molto importante sottolineare proprio come personalità, anche del giornalismo, hanno denunciato come non più rinviabile il dover affrontare e risolvere questo problema. Concludo, quindi, con le dichiarazioni che Piero Sansonetti ha pronunciato tempo fa. Queste non solo toccano il problema dell’uso politico della giustizia, ma anche la corruzione del mondo del giornalismo ad esso asservito e che venne definito da Fabrizio Cicchitto come “circo mediatico giudiziario”. Sansonetti dice: “i giornalisti sono una casta. Proprio come i magistrati: sono due facce della stessa medaglia. Perché il giornalismo italiano dal 1992-’93 ha smesso di esistere, accettando una sorta di vassallaggio nei confronti dei pm. L’indipendenza non esiste e i giornalisti giudiziari sono agli ordini del partito dei pm … Marco Travaglio, Nino Di Matteo, Nicola Gratteri e Piercamillo Davigo. Il giornalismo è loro succube, come prima del 1992 era succube di Dc e Pci”.
Lo stesso Sansonetti, tanti anni fa, avvertiva: “La magistratura ormai è diventata un potere fuori controllo. Rischia di fare dei danni gravi, di far saltare gli equilibri fondamentali che regolano il funzionamento della nostra società, e di devastare lo stato di diritto”.
Nella propaganda sul referendum la mistificazione in atto è lampante. Viene denunciata la necessità di preservare l’indipendenza della magistratura quando in realtà nessuno dice che dal 92 l’emergenza è preservare l’indipendenza del potere politico sotto minaccia costante dei magistrati. La riforma non è completa, ma è un inizio di normalizzazione del Paese che non era più rinviabile in attesa che, chissà, un giorno possa reintrodursi l’immunità parlamentare e si archivi la vergogna di aver visto l’autorizzazione a procedere diventare merce di scambio per accordi politici.
Chi viene eletto deve essere indipendente e non sotto minaccia, come chi diventa magistrato. Il sistema democratico funziona se entrambe queste cose vengono garantite e non se viene garantita solo ed esclusivamente l’indipendenza dei magistrati.
E’ talmente pacifico e indiscutibile, che migliaia di persone autorevoli, anche magistrati della corte costituzionale parlamentari del partito comunista, si dicono a favore. Anche Di Pietro lo è. Insomma, pare che con un po’ di buon senso sia semplice decidere cosa votare.







