Come tutti sapete in questi giorni stanno dominando le immagini dei magistrati di sinistra che cantano Bella Ciao e cori contro il Presidente del Consiglio. A contorno abbiamo potuto vedere minacce ai colleghi magistrati che avevano appoggiato la riforma costituzionale e ritorsioni verso i giornalisti non allineati alle toghe rosse. E’ di poche ore fa la notizia che un PM ha chiesto quasi 4 anni di reclusione per Piero Sansonetti, direttore de L’Unità, che in un articolo aveva criticato il giudice Scarpinato.
Ma le immagini dei magistrati che cantano cori politici contro il governo, sommate alle minacce mafiose ai colleghi non ideologizzati che votavano Si e alle testimonianze di chat dove i giudici di sinistra dicevano che ai colleghi del Si bisognava sparare, danno perfettamente l’immagine di chi tra i due schieramenti diceva la verità chiedendo un voto. Si chiedeva di liberare i magistrati dall’obbligo di assecondare i voleri delle correnti politiche che altrimenti gli distruggono la carriera per ritorsione. È un di più raccontare di tutti i magistrati a cui è successo, come Clementina Forleo. Semplicemente, a partita finita, è venuta prepotentemente fuori quale fosse la verità. Durante i processi a Berlusconi veniva derisa la storiella dei magistrati di sinistra dicendo che era una invenzione e in realtà erano normali processi.
Sotto gli occhi di tutti c’è il fatto che la magistratura è diventata ufficialmente un partito politico che con finanziamenti milionari – di quale provenienza? – mette in piedi campagne elettorali su tutto il territorio nazionale e insediando comitato elettorale occupando la Corte di Cassazione. Hanno anche pubblicato un comunicato identico a quello di un partito politico che ha vinto le elezioni. E dichiarato che sono a disposizione per decidere come riformare la giustizia, quindi una azione di cui è titolare il potere legislativo. È una cosa talmente anticostituzionale ed eversiva, un annientamento del principio di separazione dei poteri con i giudici che svolgono il ruolo del potere legislativo, che sentir dire alle persone che hanno votato a favore di tutto ciò, che lo hanno fatto per difendere la Costituzione, ci da la misura del livello di ignoranza delle persone che ci circondano. Nel senso che anche chi ha votato No, se è una persona con una cultura minima, non può non accorgersi di questa mostruosità.
I magistrati di questo Paese, una loro parte, quando un governo di centrosinistra con Premier Prodi arrivò vicino alla riforma, arrestarono la moglie del Ministro della Giustizia. A dimostrazione che loro sono un potere che distrugge tutti coloro che provano a scalfirlo, anche rivoltandosi contro a chi gli ha lisciato il pelo.
Nel 1989 Giuliano Vassalli, Ministro della Giustizia, che fu partigiano durante la resistenza, rilasciò dichiarazioni di fuoco dicendo che era a rischio l’equilibrio democratico dovuto alla resistenza della magistratura alle riforme, come la separazione delle carriere. Vassalli ha descritto la magistratura come un gruppo di pressione in grado di bloccare il cambiamento. Diceva: “Non sarà possibile cambiare l’ordinamento giudiziario perché, ormai, quello che la magistratura ha conquistato, non lo molla più, non lo abbandona più. La magistratura ha un potere enorme,….ma non solo enorme in linea di fatto, lo ha sul potere legislativo”.
Ma quando inizia questa storia? Come è stato possibile che in una delle più importanti democrazie occidentali i cittadini debbano vivere questa condizione da terzo mondo con il potere politico non indipendente e sotto attacco del potere giudiziario?
Nel 1994, in conseguenza alla distruzione del pentapartito da parte dell’inchiesta tangentopoli, Silvio Berlusconi venne chiamato da Gianni Agnelli, Renato Altissimo e Francesco Cossiga a prendere una iniziativa politica, per dare possibilità di voto a milioni di italiani rimasti orfani, e che avrebbero visto sulla scheda elettorale soltanto il Partito Comunista Italiano, chiamato poi Partito dei Democratici di Sinistra. Era rimasto indenne nelle inchieste infallibili che videro quegli stessi magistrati infallibili, però, diventare deputati e senatori proprio nelle file della sinistra. Silvio Berlusconi registrò un video, con cui parlò agli italiani, preannunciando la sua “discesa” in campo. Cinque giorni dopo arrestarono il fratello Paolo… poi assolto.
L’uso politico della giustizia è un tema che ha regnato nel dibattito pubblico proprio durante il “non ventennio” berlusconiano. E cioè quel lasso di tempo in cui Berlusconi è stato protagonista sulla scena politica governando pochissimi anni, ma su cui la propaganda martellante della sinistra italiana ha convinto tutti che egli abbia governato 20 anni consecutivi; questo con il ridicolo e patetico scopo di creare un parallelismo con il regime fascista.
Come sapete tutti, è durante questo lasso di tempo che gli italiani hanno iniziato ad avere dimestichezza con questo fenomeno della magistratura militante, di sinistra, che è stato sdoganato come fenomeno reale, innegabile, grave e pericoloso per il principio di separazione dei poteri alla base del funzionamento della democrazia. Al netto degli stolti ammaestrati dalla propaganda che negavano che Berlusconi fosse un perseguitato dai giudici, tutti e indistintamente dal credo politico, abbiamo fatto i conti con l’ammettere questo grave problema che, aggiungo, è stato proprio la fortuna di Berlusconi, votato da moltissime persone per reazione a questo fenomeno. Ma l’uso politico della giustizia non nasce oggi. Non è un fenomeno nuovo o una opinione delle persone di destra. L’uso politico della giustizia è un fenomeno storico culturale che ha radici nella resistenza, la guerra civile, nell’ Assemblea Costituente.
Al termine della seconda guerra mondiale, come sapete, Stalin a Yalta partecipò alla spartizione dei territori e zone di influenza. Da lì, ad esempio, inizia la storia del muro di Berlino; ma di contro inizia in Italia una storia poco conosciuta. Gli accordi che, infatti, per i territori germanici erano di tipo geografico, in Italia invece furono accordi di tipo politico e di influenza. La resistenza italiana, a differenza di quanto si crede, non era comunista. Quelle comunista era solo una piccola parte. Questa parte, quella di Luigi Longo, Togliatti e Pertini, si trovò in ombra e impaurita del non poter contare nulla al momento di una trattativa. Fu così che venne deciso il colpo di mano dell’omicidio di Benito Mussolini in una casa di Giulino di Mezzegra, poi camuffato dall’inscenare una finta fucilazione del suo cadavere, al fine di prendere la scena mediatica a Milano, e poi farla da padrone. In quel momento, per fare chiarezza, il PCI non aveva nessuna intenzione di liberarci dal fascismo. Lo scopo era quello di fare la rivoluzione in Italia e, per questo, con Mussolini ed il fascismo finiti, dal 45 al 48 nelle zone a influenza rossa avvennero carneficine poi raccontate da Giampaolo Pansa, che avevano come scopo l’uccidere tutte le persone che, una volta avviata la rivoluzione, si sarebbero opposte.
In quel quadro, ma poco tempo prima, avviene in Sicilia il primo compromesso storico. In uno studio notarile di Caltanissetta nasce la Democrazia Cristiana. A differenza del nord Italia, infatti, ed anche del sud, la Sicilia non era sotto il controllo del Governo Badoglio ma dell’AMGOT, l’amministrazione americana, esattamente per come avvenuto a Trieste. In quel momento storico vi è la gestazione dello Statuto Speciale della Regione Siciliana, che viene promulgato dal Re ancora non in esilio (il referendum non era ancora stato fatto), e che vide la luce prima della Costituzione della Repubblica Italiana. Stalin invia a Palermo un suo uomo di fiducia a pattuire posizionamento ed è la stessa cosa che, successivamente, verrà fatta a Roma.
Palmiro Togliatti, in conseguenza alla svolta della frangia comunista della resistenza, pretende e ottiene il ruolo di Ministro della Giustizia. Da quella posizione parte tutta una serie di attività che, non solo nel campo della giustizia, porteranno alla straordinaria storia del controllo di ampie fette della società civile da parte del PCI. L’operazione non fu un caso.
Antonio Gramsci, nei quaderni del carcere, prescrive infatti cosa andava fatto per prendere il potere in Italia. Paese a maggioranza democratico-cristiana, era impossibile prendere il potere per via elettorale. Bisognava quindi, egli scrive, “conquistare le casematte del potere“: i sindacati, le università, i teatri, i centri di cultura, i centri finanziari e bancari, l’editoria, la scuola, le magistratura. Controllando questi settori della società civile, infatti, anche perdendo le elezioni si possono attuare forme di “guerriglia” nell’ombra, coi colletti bianchi, i funzionari, i propri uomini di riferimento, annullando gli esiti elettorali e gestendo il potere attraverso altre vie. Un esempio su tutti? Berlusconi nel 94 vince le elezioni. Dopo 8 mesi con un avviso di garanzia gli viene fatto cadere il governo. Poi verrà assolto, ma ormai la storia politica del Pese era cambiata, annullando gli esisti di una elezione politica.
La lunga marcia verso la conquista delle Casematte del potere, ha visto per decenni una azione meticolosa, che aveva come scopo quello di poter interferire politicamente sebbene la maggioranza degli elettori scegliesse altre compagini di governo oppure per portare al potere il Partito Comunista eliminando gli altri partiti come nel caso di Tangentopoli, la famosa inchiesta in cui tutti i processi vennero portati avanti tranne quelli verso la sinistra DC e il PCI, per poi vedere i magistrati protagonisti diventare Senatori e Deputati a sinistra.
Tornando alla genesi dell’uso politico della giustizia, avviene un fatto importantissimo. Stalin, comprese ormai le strutture di controllo americano in Italia atte a impedire l’invasone sovietica della penisola, ordina di sospendere l’azione rivoluzionaria e avvia la stagione dell’atteggiamento moderato per trattare posizioni di potere politico: è la famosa “svolta di Salerno”. Non tutti sono contenti. Resta alla storia l’immagine di un giovanissimo Adriano Sofri a tu per tu con Togliatti che, annunciata la svolta moderata, disse a Sofri: “provaci tu a fare la rivoluzione in Italia”. E Sofri gli disse, guardandolo storto: “ci proverò”!
In quel quadro, e in conseguenza all’azione avviata da Togliatti come ministro della giustizia, si avvia la penetrazione di uomini di orbita sovietica nella magistratura. Queste penetrazioni, come in altri settori, dovevano essere utilizzate per trovarsi pronti in caso di invasione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica durante la guerra fredda, poi non avvenuta. Con la pubblicazione del Dossier Mitrokhin si scoprirono depositi di armi e stazioni ricetrasmittenti su tutto il territorio nazionale. Dall’altro lato veniva messa in campo Gladio, l’organizzazione militare clandestina della Nato. Ma nessuno vi ha mai narrato dell’esistenza di una Gladio Rossa. I primi anni successivi al dopoguerra scorrono e si giunge ai primi anni ’60. Nel 1964, infatti, nasce una associazione ufficiale di magistrati di sinistra chiamata Magistratura Democratica. Si riconoscono e si fanno riconoscere come persone di parte, con il solo problema che essi erano arbitri, come dovrebbero essere oggi, con il potere di giudicarci.
Ebbene negli anni a venire questi teorizzeranno addirittura un diritto asservito alla causa, alla lotta comunista. Lasciando intendere che uno stesso reato non poteva esser giudicato in modo uguale se a commetterlo era una persona “politicamente vicina” e che avesse commesso quel reato allo scopo della lotta politica. Nulla di più assurdo diventato cruda realtà e pane quotidiano del nostro Paese. Nel 1969 Adolfo Beria D’Argentine, illustre magistrato di sinistra, abbandona i colleghi denunciando il quadro che vi ho descritto.
Le vicende che potrei narrare circa l’uso politico della giustizia sono centinaia. Non lo farò ma è bene che sappiate che anche i processi e le indagini per terrorismo ed i processi per le stragi di mafia sono stati depistati per fini politici dai magistrati di sinistra. Ne ho narrato in molti articoli che trovate sul giornale.
Ma è giusto sottolineare che, credo, sia arrivato il momento di ammettere tutti che l’affrontare questo problema non è più rimandabile. Ci era stato detto che non vi era un problema giustizia. Ci era stato detto che vi era un criminale, Berlusconi, che si faceva le leggi per non farsi processare. Erano balle, il problema esisteva.
E’ molto importante sottolineare proprio come personalità, anche del giornalismo, che sono personalità non del mondo liberale e di destra bensì della sinistra, hanno denunciato come non più rinviabile il dover affrontare e risolvere questo problema. Queste le dichiarazioni che Piero Sansonetti ha pronunciato tempo fa. Non solo toccano il problema dell’uso politico della giustizia, ma anche la corruzione del mondo del giornalismo ad esso asservito: “il circo mediatico giudiziario”. Sansonetti dice: “i giornalisti sono una casta. Proprio come i magistrati: sono due facce della stessa medaglia. Perché il giornalismo italiano dal 1992-’93 ha smesso di esistere, accettando una sorta di vassallaggio nei confronti dei pm. L’indipendenza non esiste e i giornalisti giudiziari sono agli ordini del partito dei pm … Marco Travaglio, Nino Di Matteo, Nicola Gratteri e Piercamillo Davigo. Il giornalismo è loro succube, come prima del 1992 era succube di Dc e Pci”.
Lo stesso Sansonetti, tanti anni fa, avvertiva: “La magistratura ormai è diventata un potere fuori controllo. Rischia di fare dei danni gravi, di far saltare gli equilibri fondamentali che regolano il funzionamento della nostra società, e di devastare lo stato di diritto”.
Scherzo del destino vuole che Piero Sansonetti, giornalista libero e di onestà intellettuale ammirevole, è un giornalista comunista e direttore proprio de L’Unità, che è il giornale fondato da Antonio Gramsci.
E’ necessaria una azione di osservazione della realtà storica e politica, che ci consegna oggi come ieri, il quadro cristallino di una ingovernabilità dovuta alla alterazione del principio di separazione dei poteri. Alcuni magistrati, infatti, operano politicamente interferendo con il normale processo democratico e di alternanza, cardine delle moderne forme parlamentari.
La cosa più grottesca è che poco tempo fa queste cose sono state tranquillamente ammesse e scritte in un libro dall’ex Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Luca Palamara. Il tutto avrebbe dovuto portare a un terremoto, invece nessuno ha fiatato.
Questi magistrati, con questa campagna referendaria, sono ufficialmente diventati un partito politico e con metodi mafiosi minacciano i propri colleghi liberi e indipendenti che non si piegano alla loro visione delle cose.
Tutti parlano sempre di indipendenza della magistratura dal potere politico. Come mai nessuno di loro parla della necessità di avere anche il potere politico indipendente dalla magistratura?
Montesquieu non aveva la maglietta di Che Guevara e non cantava Bella Ciao. Tutti i poteri dello Stato devono essere indipendenti e non soltanto uno. L’Italia, gravemente, nel 1993 ha visto abolire, per l’onda mediatica di tangentopoli, l’immunità parlamentare. La democrazia parlamentare non può avere luogo senza immunità degli eletti e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Abbiamo l’unico parlamento del mondo senza immunità che protegga l’indipendenza del potere legislativo.
Discoro a parte merita il comportamenti dei cittadini italiani. Il problema non è votare No. Il problema è che se chiedi il perché nessuno lo sa e si sentono solo slogan e frasi fatte sulla indipendenza della magistratura. Non solo. Un comportamento del genere è esso stesso un attacco alla Costituzione. Perché questa garantisce ai cittadini strumenti di democrazia diretta, dando possibilità di scelta su alcuni temi. E rispettare la Costituzione significa valutare quei temi e scegliere su quelli con maturità e rispetto per questo strumento. Se invece lo strumento referendario è utilizzato per fare antagonismo politico allora il popolo non ha la maturità per usarlo.
Ecco, cari lettori, perché ho ritenuto ancora una volta necessario raccontare tutta la storia della magistratura rossa. Perché per vivere nella consapevolezza, bisogna saper osservare i fatti con il respiro lungo della storia e non col fiato corto della cronaca.







