di Sabrina Corsello
Lo avevano annunciato il giorno del loro ottantesimo compleanno, insieme erano nate ed insieme sarebbero andate via. Unite nella vita e nella morte, le celebri gemelle Kessler avevano pianificato tutto, persino la data della loro morte, il 17 novembre. Si erano iscritte all’ “Associazione per la morte dignitosa” per essere accompagnate al suicidio con tutta l’assistenza necessaria fino all’ultimo momento. In Germania non è necessario essere gravemente malati per ricorrere al suicidio assistito, basta che una persona non riesca più a intravedere alcuna prospettiva di vita accettabile per la propria vita, per esempio che rifiuti la prospettiva di finire in una casa di riposo.
Nei giorni successivi alla loro morte, la notizia ha avuto un notevole impatto sul piano emotivo su un pubblico profondamente commosso da un gesto che dai più è stato visto come segno di un legame indissolubile persino davanti alla morte. A gran voce i difensori del diritto dell’autodeterminazione hanno esaltato il grande coraggio di chi ha scelto la libertà di decidere non solo della propria vita, ma anche della propria morte. Un fiume di elogi per la forza d’animo e la lungimiranza che le avrebbe portate a gestire con grande dignità quell’ultima fase. Insomma, grande ammirazione per le due celebri soubrettes che, proprio in virtù di questa scelta, assurgono a modello da cui soprattutto gli italiani avrebbero di che imparare.
Ciò nonostante, malgrado l’esaltazione generale, a noi sembra che qualcosa non quadri. Sembra infatti che nessuno abbia nemmeno osato prendere in considerazione il fatto che la morte procurata è pur sempre una disgrazia, perché inevitabilmente ci dice di qualcuno che alla vita ha preferito la morte.
Inutile dire che ogni giudizio sulle persone è sospeso e che sì, certamente concordiamo sul fatto che a nessuno spetti giudicare una simile decisione. Tuttavia, rimane il fatto che il tema impone più di una riflessione che non può essere liquidata semplicisticamente dicendo che ogni valutazione vada evitata in quanto “giudicante”. Qui non si tratta di mettere in discussione la libertà di scelta ma, se mai, di cercare di comprendere la reazione di un’intera società che davanti al suicidio non riesce ad interrogarsi, ma solo a esprimere apprezzamenti. Alla stragrande parte delle persone basta sapere che le due gemelle hanno scelto liberamente e responsabilmente. Fine della questione.
Tuttavia, a noi sembra opportuno farci qualche domanda. Innanzitutto, ci chiediamo se possa considerarsi una società sana quella che nel suicidio riesce a vedere più un atto di lucidità che un atto di disperazione. Per quanto, infatti, possa essersi trattato di una morte “dolce” e “dignitosa” si tratta pur sempre di morte procurata da due persone che, non erano malate terminali o in preda a dolori insopportabili, ma che evidentemente avranno comunque raggiunto un livello di disperazione tale da preferire la morte su tutto. E qui non basta liquidare la questione con il diktat della doverosa sospensione di giudizio. Perché, se è vero che il diritto di autodeterminazione riguarda le singole persone, il valore che attribuiamo alla vita, specie quando questa diviene fragile e vulnerabile, riguarda tutti noi.
Innanzitutto, dovremmo chiederci se i criteri in base ai quali una vita sia degna di essere vissuta possano davvero essere trattati come una questione del tutto individuale. Possiamo davvero rimettere tali criteri ad una mera autovalutazione? Occorre prendere in seria considerazione questa domanda, perché una risposta affermativa porterebbe inevitabilmente alla legittimazione di ogni suicidio. Il principio di autodeterminazione, infatti, in quanto criterio soggettivo di valutazione, rende di fatto impossibile stabilire legittimamente un limite alla volontà di porre fine alla propria vita.
In ogni caso, anche senza volere entrare nel merito, una cosa è certa: Alice ed Hellen erano arrivate a maturare il rifiuto della vita. A noi, che rimaniamo, spetterebbe l’onere di chiederci: nei confronti di quale vita? Eh sì, perché in un sistema in cui tu vali solo se sei utile, solo se hai visibilità e piaci agli altri, si può facilmente essere portati a credere che la propria vita non abbia più alcun valore quando esci di scena. L’efficientismo dilagante in ogni ambito, infatti, mal si presta al rispetto della debolezza e all’accoglienza della fragilità nelle sue forme più svariate. E allora può accadere che la vecchiaia non appaia più come una fase che, nel ciclo della vita, trova il suo spazio e la sua dignità, ma che anzi possa apparire come la negazione della vita stessa.
Eppure, viviamo in un mondo in cui le forme di intrattenimento per anziani non mancano di certo. Viene offerto loro di tutto, circoli ricreativi, spazi di incontro e di attività fisica, università della terza età, varie forme di assistenza, ma tutto ciò sembra non bastare. Forse allora è giunto il tempo di rifondare il senso proprio di questa delicata fase della vita e tornare a riconoscere in essa il tempo privilegiato del ricordo e della memoria, il tempo della trasmissione generazionale di un bagaglio culturale di esperienze che solo l’anziano può avere. Tutto questo oggi sembra avere perso il suo valore e l’anziano non è più percepito come fonte di esperienza, come rifugio, come risorsa preziosa specie per i giovani che, non a caso, oggi ci appaiono sempre più soli e disorientati.
Se fosse così, allora potremmo essere portati a pensare che Alice ed Hellen non hanno maturato il rifiuto della vecchiaia, della malattia, della reciproca separazione, ma il fatto di dovere vivere questi accadimenti in una società che non è più in grado di sostenerli, né di riconoscerne la dignità. Forse avrebbero ancora scelto la vita, se si fossero trovate a vivere in una società più umana, capace di farle sentire sì ancora utili, ma non utili in base a modelli preconfezionati da una società dei consumi, ma di quell’utilità che nasce dal riconoscimento e dalla valorizzazione delle peculiarità proprie di quell’età. Forse, chissà, ciò avrebbe consentito loro di trovare ancora un senso nella vita e di continuare ad amare se stesse, continuando ad amare la vita.








Interessante spunto di riflessione su un problema che interessa in particolar modo una popolazione come la nostra che invecchia sempre di più. Certo bisogna riconoscere che tale riflessione parte da una circostanza alquanto singolare per cui non so se realmente trasferibile alla società comune. Ringrazio comunque l’autrice per la sensibilità con la quale ha affrontato l’argomento.
Possiamo analizzare ogni aspetto e dissentire o meno sulla loro scelta, resta comunque il fatto che il diritto di vita e/o di morte NON È nelle mani dell’uomo: nessuna forma di scelta ad “eliminare” una vita può essere considerata degna di un paese “umano”.
Molte, moltissime delle cose sopra citate abbiamo perso nelle civiltà attuali; ciò è avvenuto x il semplice fatto di aver perso il valore del cuore e dell’anima di ciascuno e, da questa perdita, è nato lo sfacelo che viviamo da anni.
Ritornare al principio, ai principi, può forse avviare una “rinascita umana”, ma se le società non sanno più comprendere questo, vano è ogni tentativo.