Nel 1994, in conseguenza alla distruzione del pentapartito da parte dell’inchiesta tangentopoli, Silvio Berlusconi venne chiamato da Gianni Agnelli, Renato Altissimo e Francesco Cossiga a prendere una iniziativa politica, per dare possibilità di voto a milioni di italiani rimasti orfani, e che avrebbero visto sulla scheda elettorale soltanto il Partito Comunista Italiano, chiamato poi Partito dei Democratici di Sinistra. Era rimasto indenne nelle inchieste infallifibili che videro quegli stessi magistrati infallibili, però, diventare deputati e senatori proprio nelle file della sinistra. Silvio Berlusconi registrò un video, con cui parlò agli italiani, preannunciando la sua “discesa” in campo. Cinque giorni dopo arrestarono il fratello Paolo… poi assolto.

L’uso politico della giustizia è un tema che ha regnato nel dibattito pubblico proprio durante il “non ventennio” berlusconiano. E cioè quel lasso di tempo in cui Berlusconi è stato protagonista sulla scena politica governando pochissimi anni, ma su cui la propaganda martellante della sinistra italiana ha convinto tutti che egli abbia governato 20 anni consecutivi; questo con il ridicolo e patetico scopo di creare un parallelismo con il regime fascista.

Come sapete tutti, è durante questo lasso di tempo che gli italiani hanno iniziato ad avere dimestichezza con questo fenomeno della magistratura militante, di sinistra, che è stato sdoganato come fenomeno reale, innegabile, grave e pericoloso per il principio di separazione dei poteri alla base del funzionamento della democrazia. Al netto degli stolti ammaestrati dalla propaganda che negavano che Berlusconi fosse un perseguitato dai giudici tutti, indistintamente dal credo politico, abbiamo fatto i conti con l’ammettere questo grave problema che, aggiungo, è stato proprio la fortuna di Berlusconi, votato da moltissime persone per reazione a questo fenomeno. Ma l’uso politico della giustizia non nasce oggi, con Salvini, o nella storia prossima con Berlusconi. Non è un fenomeno nuovo o una opinione delle persone di destra. L’uso politico della giutizia è un fenomeno storico culturale che ha radici nella resistenza, la guerra civile, nell’ assemblea costituente.

Al termine della seconda guerra mondiale, come sapete, Stalin a Yalta partecipò alla spartizione dei territori e zone di influenza. Da lì, ad esempio, inizia la storia del muro di Berlino; ma di contro inizia in Italia una storia poco conosciuta. Gli accordi che, infatti, per i territori germanici erano di tipo geografico, in Italia invece furono accordi di tipo politico e di influenza. La resistenza italiana, a differenza di quanto si crede, non era comunista. Quelle comunista era solo una piccola parte. Questa parte, quella di Luigi Longo, Togliatti e Pertini, si trovò in ombra e impaurita del non poter contare nulla al momento di una trattativa. Fu così che venne deciso il colpo di mano dell’omicidio di Benito Mussolini in una casa di Giulino di Mezzegra, poi camuffato dall’inscenare una finta fucilazione del suo cadavere, al fine di prendere la scena mediatica a Milano, e poi farla da padrone. In quel momento, per fare chiarezza, il PCI non aveva nessuna intenzione di liberarci dal fascismo. Lo scopo era quello di fare la rivoluzione in Italia e, per questo, con Mussolini ed il fascismo finiti, dal 45 al 48 nelle zone a influenza rossa avvennero carneficine poi raccontate da Giampaolo Pansa, che avevano come scopo l’uccidere tutte le persone che, una volta avviata la rivoluzione, si sarebbero opposte.

In quel quadro, ma poco tempo prima, avviene in Sicilia il primo compromesso storico. In uno studio notarile di Caltanissetta nasce la Democrazia Cristiana. A differenza del nord Italia, infatti, ed anche del sud, la Sicilia non era sotto il controllo del Governo Badoglio ma dell’AMGOT, l’amministrazione americana, esattamente per come avvenuto a Trieste. In quel momento storico vi è la gestazione dello Statuto Speciale della Regione Siciliana, che viene promulgato dal Re ancora non in esilio (il referensum non era ancora stato fatto), e che vide la luce prima della Costituzione della Repubblica Italiana. Stalin invia a Palermo un suo uomo di fiducia a pattuire posizionamento ed è la stessa cosa che, successivamente, verrà fatta a Roma.

Palmiro Togliatti, in conseguenza alla svolta della frangia comunista della resistenza, pretende e ottiene il ruolo di ministro della giustizia. Da quella posizione parte tutta una serie di attività che, non solo nel campo della giustizia, porterenno alla straordinanaria storia del controllo di ampie fette della società civile da parte del PCI. L’operazione non fu un caso. Antonio Gramsci, nei quadreni del carcere, prescrive infatti cosa andava fatto per prendere il potere in Italia. Paese a maggioranza democratico-cristiana, era impossibile prendere il potere per via elettorale. Bisognava quindi, egli scrive, “conquistare le casematte del potere“. La scuola, l’università, i sindacati, la magistratura, ecc ecc. Controllando questi settori dela società civile, infatti, anche perdendo le elezioni si possono attuare forme di “guerriglia” nell’ombra, coi colletti bianchi, i funzionari, i propri uomini di riferimento, annullando gli esiti elettorali e gestendo il potere attraverso altre vie. Un esempio su tutti? Berlsconi nel 94 vince le elezioni. Dopo 8 mesi con un avviso di garanzia gli viene fatto cadere il governo. Poi verrà assolto, ma ormai la storia politica del Pese era cambiata, anullando gli esisti di una elezione politica.

Tornando alla genesi dell’uso politico della giustizia, avviene un fatto importantissimo. Stalin, comprese ormai le strutture di controllo americano in Italia atte a impedire l’invasone sovietica della penisola, ordina di sospendere l’azione rivoluzionaria e avvia la stagione dell’atteggiamento moderato per trattare posizioni di potere politico: è la famosa “svolta di Salerno”. Non tutti sono contenti. Resta alla storia l’immagine di un giovanissimo Adriano Sofri a tu per tu con Togliatti che, annuciata la svolta moderata, disse a Sofri: “provaci tu a fare la rivoluzione in Italia”. E Sofri gli disse, guardandolo storto: “ci proverò”!

In quel quadro, e in conseguenza all’azione avviata da Togliatti come ministro della giustizia, si avvia la penetrazione di uomini di orbita sovietica nella magistratura. I primi anni successivi al dopoguerra scorrono e si giunge ai primi anni ’60. Nel 1964, infatti, nasce una associazione ufficiale di magistrati di sinistra chiamata Magistratura Democratica. Si riconoscono e si fanno riconoscere come persone di parte, con il solo problema che essi erano arbitri, come dovrebbero essere oggi, con il potere di giudicarci.

Ebbene negli anni a venire questi teorizzeranno addirittura un diritto asservito alla causa, alla lotta comunista. Lasciando intendere che uno stesso reato non poteva esser giudicato in modo uguale se a commetterlo era una parsona “politicamente vicina” e che avesse commesso quel reato allo scopo della lotta politica. Nulla di più assurdo diventato cruda realtà e pane quotidiano del nostro Paese. Nel 1969 Adolfo Beria D’Argentine, illustre magistrato, abbandona i colleghi denunciando il quadro che vi ho descritto.

Le vicende che potrei narrare circa l’uso politico della giustizia sono centinaia. Non lo farò ma è bene che sappiate che anche i processi e le indagini per terrorismo sono stati depistati per fini politici. L’esempio principe è quello del processo sulla Strage di Bologna che, per narrarvi solo il principio, vide il sotterramento e l’occultamento di un telegramma di Gianni De Gennaro. Questo segnalava che la sera prima della strage un terrorista esperto dinamitardo della banda Carlos avesse dormito all’Hotel di fronte la stazione. Ebbene questo fatto, reso pubblico, avrebbe immediatamente portato all’indagine sullo stragismo palestinese; ma la notizia venne iscritta a modello 45, come fatto “non costituente reato”. Sarebbe imbarazzante raccontarvi quanto messo in campo, omicidi compresi, da quando quella notizia venne scoperta durante l’attività istruttoria della Commissione Mitrokhin e venne avviata l’indagine che porterà alle evidenze dei nostri giorni. Lo scopo era pilotare il processo affinchè la strage di Bologna avesse matrice fascista, cosa che avvenne con la assurda condanna di Fioravanti, avvenuta anche grazie alla testimonianza in carcere di Angelo Izzo, il mostro del Circeo, che affermò di aver sentito Fioravanti vantarsi della strage. In conseguenza a quella collaborazione Izzo venne liberato. E ammazzò altre due donne. Ho narrato una parte minoritaria dei fatti nel mio articolo “Strage di Bologna: depistaggi, menzogne e l’ombra di Carlos”, ma anche in un altro articolo dove ho denunciato gli attacchi violentissimi che ha subito il giudice Rosario Priore per aver condotto un’indagine non collimante con quella della magistratura bolognese.

Potremmo parlare dei depistaggi di Scarantino, delle indagini sulle stragi; potremmo parlare di come proprio Giovanni Falcone era odiato da quella magistratura militante che lo osteggiava, combatteva, lo cosiderava un “nemico politico” come disse Ilda Bocassini il giorno del suo funerale. E’ una narrazione su cui potrebbero essere scritti testi di centinaia di pagine.

L’uso politico della giustizia, quindi, non è un problema banale che si riduce alla baggianata da bar del litigarsi tra berlusconiani e antiberlusconiani. Questo fenomeno ha condizionato gravemente il funzionamento della democrazia in Italia, per alterare il nostro vivere civile la gestione del potere politico che, ricordiamolo, andrebbe conquistato solo attraverso libere elezioni e non con colpi di stato e persecuzioni giudiziarie dei politici non allineati a sinistra.

In questo quadro pluridecennale le chat dei magistrati contro Salvini appaiono come una banela ovvietà; chi poteve aspettarsi diversamente? Ma è giusto sottolineare che, credo, sia arrivato il momento di ammettere tutti che l’affrontare questo problema non è più rimandabile. Ci era stato detto che non vi era un problema giustizia. Ci era stato detto che vi era un criminale, Berlusconi, che si faceva le leggi per non farsi processare. Erano balle, il problema esisteva. A tal punto che, appena non è stato più lui il leader a destra, i magistrati hanno proseguito con gli stessi comportamenti ma verso Salvini. E domani, a chi toccherà?

E’ molto importante sottolineare proprio come personalità, anche del giornalismo, che sono parsonalità non del mondo liberale e di destra bensì della sinistra, hanno denunciato come non più rinviabile il dover affrontare e risolvere questo problema. Concludo, quindi, con le dichiarazioni che Piero Sansonetti ha pronunciato in queste ore. Queste non solo toccano il problema dell’uso politico della giustizia, ma anche la corruzzione del mondo del giornalismo ad esso asservito e che venne definito da Fabrizio Cicchitto come “circo mediatico giudiziario”. Sansonetti dice: “i giornalisti sono una casta. Proprio come i magistrati: sono due facce della stessa medaglia. Perché il giornalismo italiano dal 1992-’93 ha smesso di esistere, accettando una sorta di vassallaggio nei confronti dei pm. L’indipendenza non esiste e i giornalisti giudiziari sono agli ordini del partito dei pm Marco Travaglio, Nino Di Matteo, Nicola Gratteri e Piercamillo Davigo. Il giornalismo è loro succube, come prima del 1992 era succube di Dc e Pci”.

Lo stesso Sansonetti, 10 anni fa, avvertiva: La magistratura ormai è diventata un potere fuori controllo. Rischia di fare dei danni gravi, di far saltare gli equilibri fondamentali che regolano il funzionamento della nostra società, e di devastare lo stato di diritto”.