di Bartolo Giglio.

Per prima a lanciarsi nella gestione dei beni confiscati è stata l’organizzazione LIBERA, con la figura carismatica di Don Luigi Ciotti. I segreti del suo successo sono stati due. Anzitutto i soggetti sono terzi per appartenenza ai territori dove inizia a farsi cooperazione antimafia, sono portatori di una cultura nuova, coinvolgono quadri che condividono la cultura dell’antimafia ma che non per forza vengono da una formazione agricola. Quanto alla base operativa, si punta sulla garanzia del diritto economico e previdenziale del lavoratore che in un economia debole non è certo un ovvietà.

Altro importante elemento: non si inizia dalle aree a medio bassa presenza mafiosa ma si punta all’epicentro del fenomeno, l’area del Corleonese. I risultati dei primi anni sono subito incoraggianti, vista anche la ricca legislazione di accompagnamento che con la capacità “politica” di Don Ciotti si riesce ad ottenere.

Il passaggio successivo diventa l’esportazione del modello in altre aree dell’isola. Il Trapanese è area evoluta per l’economia agricola siciliana, la risorsa irrigua e la fertilità di terreni di media collina hanno fatto la storia della viticoltura, dell’orticoltura con diverse microaree ad alta specializzazione. Rendendosi disponibili terreni confiscati in quelle zone, il locale non riesce ad esprimere alcuna espressione endogena di gestione dei beni, anche per la necessaria prudenza degli organi inquirenti contro il rischio di organismi associativi con prestanomi del vecchio gotha mafioso.

Si chiede allora la disponibilità a LIBERA, che però gestisce al modo dei seminativi del latifondo siciliano tipico del corleonese. La distanza, il mancato coinvolgimento di attori locali, la precarietà temporale di un affidamento che alla fine andrà avanti per quasi 10 anni segnano il limite della presenza di LIBERA nel Trapanese.

Oggi è in cantiere la grande cooperativa targata “LIBERA TERRA” intitolata a Rita Atria. Quasi 500 ettari di terreni confiscati fra i territori di Castelvetrano, Partanna e Paceco. Anche qui una scelta unitaria su aree agricole molto differenti oltre che distanti. Il comprensorio del Belice, con una destinazione olivicola e viticola prevalente ma con impianti deteriorati da periodi di non-gestione che hanno significativamente ridotto la capacità produttiva. Il Pacecoto, con seminativi in parte irrigui destinabili a colture ortive tipiche del territorio: aglio rosso di Nubia, melone giallo di Paceco, pomodoro pizzutello Nubioto.

Lo scenario va completato con la grande quantità dei terreni sotto sequestro, dove non è certa ancora la definitiva perdita di possesso degli indagati. Un passaggio culturale importante dovrà essere la positiva espressione del territorio trapanese di soggetti economici associativi che si candidano alla gestione di beni confiscati alla mafia, perché il pluralismo è sempre una risorsa.

Su questo palcoscenico si è affacciata l’ASSOCIAZIONE SAMAN, gestore di pochi ettari di oliveto nei comuni di Trapani ed Erice. Senza considerare che l’azione congiunta in un quadro operativo comune di soggetti accreditati diversi potrebbe diventare il plus dell’attuale scenario.

Resta il fatto che oggi lo Stato (e non la mafia) con la sua presenza di legalità dice la sua e non può non dirsi un “grazie” a chi ha lavorato in tanti modi per l’ottenimento di un obiettivo così importante.