Carlo Spataro

Una due giorni di elezioni e votazioni come quella del 20 e 21 settembre non poteva finire in cavalleria, specie in un paese dove è più facile rinviare gli appuntamenti elettorali che l’inizio del campionato di calcio.Commentatori di compagini diverse si stanno già spendendo in analisi, commenti e considerazioni di varia caratura, quindi in questa sede limitiamoci a qualche umile considerazione. Cominciamo dal referendum. Il caffè, lo sanno tutti, è bello e​ pure​ ‘n​ carcere​ ‘o​ sanno fà​ (cit.), ma se deve costarci 345 rappresentanti parlamentari in meno ci si chiede se il prezzo non sia un po’ caro. a questo punto solo il tempo potrà dirlo. Una precisazione: è stato detto più volte detto che l’eventuale “no” doveva avere ad oggetto la riforma, non il Movimento 5 stelle. Vale quindi anche il contrario: la vittoria del sì non costituisce un rafforzamento del Movimento, che può compiacersi del risultato, ma non sperare di scorgere in esso una conferma da parte dell’elettorato. Per tale conferma, occorre andare a elezioni. In effetti, parlare di elezioni dopo il referendum sarebbe opportuno. L’elettorato ha votato a favore del taglio dei parlamentari avendo sotto gli occhi questo parlamento, non un altro. La Ragion di Stato (con maiuscola d’ordinanza) vorrebbe così. Non dimentichiamoci, inoltre, che c’è all’orizzonte un’elezione, cui qualcuno ha già accennato e a cui forse in tanti già pensano, quella del Presidente della Repubblica. Salvini si trova in una posizione delicata, da tempo. Da quando ha cominciato a trasformare la Lega Nord in un progetto politico nazionale. Ha abbandonato pascoli elettorali sicuri per nuove praterie elettorali, più grandi ma anche più affollate. In particolare, la Lega di Salvini si è dovuta confrontare sempre più con Giorgia Meloni. Inoltre, la vecchia Lega non è finita: lo zoccolo duro resiste, trovando in figure come Zaia l’aria della Lega delle origini, quella di Bossi per capirci. Più che difficile, quella di Salvini è una posizione delicata, che ruota intorno a una scelta: guardare di nuovo ai territori del nord, recuperando la Lega delle origini, o tirare dritto per l’orizzonte nazionale. Regionale o nazionale, questo è il problema. Perché pare che tenere un occhio rivolto a Cristo e uno a S. Giovanni (senza dimenticare il Sacro Cuore di Maria) si stia rivelando difficile. Zingaretti sembra soddisfatto, perché ha vinto. Ha vinto nonostante correnti interne al PD favorevoli al “no”. Ha vinto nonostante l’invito di Emiliano al voto disgiunto. Ha vinto con Vincenzo De Luca come modello vincente. Ha vinto in Toscana. O ha perso la Ceccardi? O la Ceccardi ha “non vinto”? (semi-cit.). È vero, il PD di Zingaretti ha vinto, congratulazioni. Ma esattamente cosa ha fatto per vincere? E, soprattutto, cosa intende fare di questa vittoria? È interessante comunque notare come molti Presidenti abbiano ricevuto una riconferma dagli elettori (Zaia, De Luca, Emiliano, Toti). Sicuramente non sarà un fatto casuale, il loro operato precedente li hai visti raccogliere un notevole consenso. Ma potrebbe esserci anche altro. Magari, in risposta a un Governo che nasce da troppe alleanze e poche elezioni, i cittadini hanno riposto la propria fiducia nelle autorità locali meritevoli. Se fosse così, si aprirebbe non una stagione di rafforzamento del governo, ma una di necessaria riflessione da parte dello stesso. Insomma, spunti di riflessione e chiavi di lettura non mancano, per chi vuole leggere i fatti e riflettere su di essi.Una cosa è certa: i cittadini sembrano avere più voglia di votare che di bere caffè.