Chi e perché ha ucciso Giovanni Falcone?


Ci sono storie complesse da analizzare e, nonostante la mole di informazioni che si ricercano per anni, è difficile pensare di sapere tutta la verità. Talvolta, però, ci si imbatte in rivelazioni che, inserite in una visione completa e di insieme, danno una consapevolezza maggiore su ciò che è stato; un “puzzle” che si va a comporre, unendo i tanti “pezzi” conosciuti ma fino a quel momento inservibili.

Quando, tra le letture di una vita, mi imbattei nelle memorie di Cossiga, attinsi a tante informazioni sulla storia della Repubblica e sulle sue pagine più oscure, da Aldo Moro a Gladio; vicende che già conoscevo bene. Solo una cosa, però, mi fece saltare sulla sedia; una cosa importantissima e da sempre occultata dai media: Giovanni Falcone aveva accettato dalla Procura di Mosca di ricercare la immensa massa di denaro clandestino che il PCUS aveva stornato e riciclato in Italia.

Scoprii così che, nelle settimane precedenti la strage di Capaci, Falcone si era recato più volte a Mosca e, anche a Roma, aveva avuto incontri con personalità moscovite tra cui il Procuratore Valentin Stepankov, con cui avrebbe dovuto incontrarsi nuovamente nel finire del mese di maggio in cui venne assassinato. Una lampadina si accese nella mia testa e i tanti pezzi del puzzle, per anni inservibili, che rappresentavano la verità sugli ultimi anni di Falcone, venivano così da me uniti. Inserendo questa notizia nel contesto storico di Tangentopoli e della fine della prima Repubblica, riuscii, appunto, ad avere una visione di insieme che mi chiarì gli inspiegabili fatti di quegli anni che videro una, mai raccontata bene, criminalizzazione e messa al bando di Falcone da parte di molti tra i suoi colleghi, alcuni facenti parte del CSM, di un’ampia fetta di Magistratura Democratica e del PDS.

Perché, nei media, non si è mai potuto parlare molto di tutto questo? E perché la sinistra odiava Giovanni Falcone? Cosa accadde veramente, in Italia, in quegli anni? Alcuni degli avvenimenti, “pezzi del puzzle”, che poi, con la rivelazione di Cossiga, andai a unire, partivano da qualche anno prima…

È il 1987 e si apre la corsa alla successione di Antonino Caponnetto, capo del cosiddetto pool antimafia; la squadra di magistrati che, uniti in un nuovo “metodo operativo” e superando la semplice comunicazione di notizia di reato a questo o quel magistrato, operava indagando, insieme, su notizie considerate vicine e facenti parte di un disegno criminale unico. Ebbene, contrariamente a tutte le aspettative che vedevano vincitore, ovviamente, Giovanni Falcone, i magistrati della corrente di sinistra votarono contro, portando alla vittoria Antonino Meli; si addussero motivazioni ridicole, sulla più alta anzianità di quest’ultimo.

È in quel momento e con quella votazione che Falcone iniziò a morire. Ed è da quel momento che venne scardinata metodicamente, di fatto, la lotta alla mafia, per come la si era conosciuta, attraverso due strade: lo smembramento del pool, che aveva portato al maxiprocesso e messo in ginocchio “Cosa Nostra”, e l’operazione di “character assassination”, di distruzione dell’immagine pubblica di Giovanni Falcone. Il nuovo capo non era d’accordo con l’idea del pool, che tanti successi aveva raggiunto. Così lo sciolse e le indagini coordinate in modo unico e vincente vennero smembrate e assegnate a singoli magistrati non coordinati tra loro. Si tornò al vecchio metodo investigativo. Tutto il patrimonio di successi contro la Mafia che lo Stato aveva conseguito era così perduto. Perché venne presa questa scelta?

Nell’estate del 1988, in una cena con Michele Figurelli, segretario della Federazione parlamentare del Pci, si trovarono a conversare, narrò Gerardo Chiaromonte nel suo libro “I miei anni all’antimafia”, Giovanni Falcone e Leoluca Orlando. L’argomento in questione era la possibilità di inquisire o meno Andreotti. Riporto testualmente le parole di Chiaromonte: “Orlando era implacabile. Il suo giudizio era durissimo e senza appello. Affermava che c’erano tutti gli elementi per agire contro Andreotti sul piano giudiziario. E Falcone si affaticava a spiegare che per condannare o anche solo per incriminare una persona, un giudice non può basarsi sui “si dice” e sui “ragionamenti politici”. Deve avere le prove”

Uno degli scopi di alcune frange della Sinistra è stato quello di condizionare l’elezione della Presidenza della Repubblica con la quale, poi, “poter agire” in modo politico, come abbiamo visto in questi anni. Lo scopo di alcuni era non far diventare Andreotti Presidente della Repubblica.

Nasce da lì, da quella indipendenza intellettuale con cui non voleva inquisire Andreotti, ma anche dalle sue idee sulla magistratura da riformare, la campagna di fuoco contro Giovanni Falcone? Contrario alla “obbligatorietà dell’azione penale”, a favore della “separazione delle carriere”, possibilista a che vi fosse un “indirizzo governativo e politico” nell’operato delle procure e assertore della labilità delle condanne che avvenivano solo con la contestazione del “reato associativo”, Falcone dichiarò financo che la tanto sbandierata indipendenza della magistratura, se lasciata alla buona fede del singolo e non ad una efficiente e attenta organizzazione delle Procure, non era altro che un semplice privilegio di casta che poteva risolversi, senza un controllo istituzionale dell’operato del singolo PM, in un pericoloso intreccio di influenze occulte nell’operato della giustizia. Queste sue idee, quasi sconosciute, lo fecero odiare da quella parte di magistratura che ha operato, negli ultimi 20 anni, affinché nessuno la riformasse.

Due anni dopo, nel 1990, proprio Leoluca Orlando, in una puntata di una trasmissione di Michele Santoro, fu protagonista del più grave attacco avvenuto all’immagine di Falcone, che venne accusato di “tenere nel cassetto” documenti importanti su certi delitti e l’attuale Sindaco di Palermo, che ha dichiarato di non pentirsi di quelle parole, fece anche un esposto al CSM.

Tanti furono, non li elencherò, gli attacchi che si susseguirono in cui Falcone venne accusato di essersi venduto al potere politico, soprattutto avendo egli accettato il trasferimento a Roma, all’ufficio affari penali, dove sperava di poter continuare il suo lavoro nonostante quanto avvenuto. Venne accusato di essersi messo da solo, per farsi pubblicità, la bomba all’Addaura.

Ma l’attacco politico più importante avvenne alla Camera dei Deputati, dove i Democratici di Sinistra votarono un emendamento per escludere Falcone dalla carica di Procuratore Nazionale Antimafia; come infatti avvenne. Sull’Unità, il quotidiano di partito del PDS, venne argomentato che Falcone era alle dipendenze del potere politico che voleva colpire l’indipendenza della magistratura.

Sarebbero decine gli esempi da fare su quanto avvenne e di quanti lo attaccarono, da sinistra, per poi, alla sua morte, fare da primi attori nel film della retorica dell’antimafia consegnando alla storia una mezza verità; e cioè che Falcone venne semplicemente ucciso dalla mafia.

Tra le tante testimonianze lette non posso dimenticarne una. E’ il giorno del funerale di Giovanni Falcone e Ilda Boccassini urlò, come riportò il Corriere della Sera nel maggio del ’92, tutta la sua indignazione: “Voi avete fatto morire Giovanni Falcone, con la vostra indifferenza e le vostre critiche. Voi lo avete infangato, voi diffidavate di lui. E adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali. Mi sono chiesta a lungo se dovessi intervenire o no. Ma lo devo a Giovanni, devo parlare… Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Associazione Magistrati. Non potrò mai dimenticare quel giorno… Le parole più gentili, specialmente dalla sinistra, da Magistratura Democratica, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico… Mario Almerighi lo ha definito un nemico politico… Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di lui, perché sei andato ai suoi funerali?”.

Cosa è davvero successo in quegli anni? È possibile pensare che tutto questo fuoco contro Falcone, proveniente dalla sinistra, fosse legato, in qualche modo, all’indagine che Falcone si apprestava a condurre per trovare i soldi dei comunisti riciclati in Italia? Quali altri pezzi del puzzle possiamo unire per ricercare una verità non certo collimante con quella ufficiale?

Siamo, lo ricordo, nei primi anni ’90 e il contesto storico in cui si svolge questa vicenda umana è quello di tangentopoli. L’inchiesta più famosa della storia del nostro Paese irruppe sulla scena per punire il “modus operandi” dei partiti che avevano creato un sistema di tangenti su cui si basava tutto il sistema. Ma gli infallibili magistrati palesarono intenzioni politiche distruggendo il pentapartito e lasciando in vita solo il Partito Comunista che di soldi e di tangenti ne aveva gestiti in quantità.

Nel processo ENIMONT venne accertato che una valigetta con denaro raggiunse Via delle Botteghe Oscure – sede del PCI – ma, purtroppo, non era stato possibile trovare elementi penalmente rilevanti a carico di singole persone. Un bravissimo e infallibile Antonio Di Pietro ce la mise tutta, ma niente da fare!

Riporto una frase di Craxi pronunciata in quei momenti: “Non è tutto oro quello che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt’altro che l’eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani Pulite”.

Stranamente, a conclusione dell’indagine, Di Pietro – nonostante fosse diventato il magistrato più importante e famoso d’Italia – si dimise. Successivamente i DS lo candidarono nel blindatissimo collegio del Mugello e Tonino divenne Senatore della Repubblica: iniziò così la sua carriera politica.

Sì, avete capito! Divenne Senatore nell’unico partito per il quale, “nonostante i suoi sforzi”, non riuscì a provocare condanne; il Partito Comunista che, ormai, aveva cambiato nome. Questo fatto non dimostra nulla e può essere valutato in modo a sé stante; ma, secondo me, vista la direzione che prese tangentopoli e vista la quantità di magistrati che divennero parlamentari nelle file della sinistra, è chiaramente un segno di vicinanza ad un potere politico. Quel potere politico che odiava Falcone e che, forse, anche se nessuno lo ha mai narrato, lo odiava perché voleva trovare i soldi dei comunisti, provenienti da Mosca e riciclati in Italia. Quello stesso potere politico che voleva prendere il controllo del Paese per via giudiziaria. Era un altro pezzo del puzzle che nella mia mente si andava a comporre…

Arriviamo quindi al pezzo più importante di questo puzzle, di questa storia. Proprio in quegli anni accadeva uno degli eventi più gravi della storia della nostra Repubblica. E’ il novembre del 1993 e un Governo di sinistra, con Presidente Ciampi e Ministro della Giustizia Conso, libera dal 41 bis 300 mafiosi. Scalfaro non poteva non sapere. Un governo voluto dal PCI di Occhetto e Violante e che aveva sostituito il Governo Amato.

Quel governo, che liberò dal carcere duro i mafiosi, ci viene narrato da Paolo Cirino Pomicino come un esecutore delle volontà del PCI che, in quel momento storico, vide contrasti al suo interno su questa volontà di prendere il potere attraverso la via giudiziaria.

Napolitano e D’Alema vennero osteggiati da Occhetto; ciò venne rivelato da Gerardo Chiaromonte a pochi uomini delle Istituzioni, tra cui Renato Altissimo; figura importantissima, vicino a Gianni Agnelli, che partecipò ad una delle riunioni segrete più importanti della nostra storia: quella dove venne deciso di creare una alternativa elettorale, per il 1994, che si opponesse al disegno di ascesa al potere “a tutti i costi” del PCI.

Perché, in questi anni, tra i mille processi sulla “trattativa”, non si è seriamente mai indagato su quell’evento? Come è possibile, in un Paese dove un’imputazione per “concorso esterno” non si nega a nessuno, che la pista della liberazione dal carcere duro di 300 mafiosi non sia stata seriamente battuta? In questo caso il silenzio è stato quasi assoluto. Chi e perché decise tutto questo? All’interno di quale disegno, quel Governo, si rese protagonista di questo grave atto?

Due anni dopo giunse in Italia il materiale “Impedian” dell’Archivio Mitrokhin, trafugato dall’omonimo archivista russo e portato in Inghilterra. In questo vi erano descritte le attività segrete del KGB in occidente, in Italia, e le relative schede delle spie o dei referenti del servizio segreto Russo. Alla scheda 132, Cossutta Armando era definito “contatto sensibile del KGB”. Inserisco questa vicenda all’interno del puzzle sulla fine di Falcone perché proprio nell’Archivio Mitrokhin, ad esempio alle schede 122, 125 e 126 vi erano informazioni dettagliate sui finanziamenti sovietici. Aggiungo: molte delle schede indicavano luoghi dove vennero ritrovate stazioni radio clandestine e depositi di armi…

Quando, qualche anno dopo, nacque una commissione di inchiesta, questa venne infangata da un’operazione giornalistica e i testimoni assassinati; ancora sangue, quindi, per chi si occupava di Mosca. E’ un caso o un filo rosso lega tutti questi eventi? Perché è avvenuto tutto questo? Cosa non si deve sapere di quegli anni? In Italia, nei pochi anni precedenti il 1994, cosa stava per accadere?

Al termine di questo pezzo, non ho una verità assoluta da darvi. Ho imparato, appassionandomi alla lettura di documenti, archivi e materiale parlamentare, che la parola verità è da pronunciarsi con cautela. Quando, però, osservo nella storiografia ufficiale una attitudine alla mistificazione e all’occultamento delle notizie, ho sviluppato un olfatto, un modo di valutare gli eventi storici non in modo singolo ma inserendoli nel contesto storico di riferimento per incastrarli tra loro, in una visione di insieme, e trovare la mia verità.

Composto il puzzle, e ripercorrendo le vicende narrate via via in questo pezzo, mi appare l’immagine di un immenso potere, quello del Partito Comunista Sovietico, che finanziò quello Italiano fino al 1997. Un potere che, attraverso i magistrati schierati, ha tentato di prendere il controllo del Paese, in ogni modo, con ogni mezzo. Forse Giovanni Falcone sapeva tutto ed era odiato da buona parte della sinistra perché non si piegava a questa corrente e a questo volere? Non lo sapremo mai ma domande complesse si pongono.

È vero, la verità è lontana e difficile da accertare; ma perché nessuno ha mai narrato che Falcone voleva trovare i soldi sporchi del Partito Comunista? Perché i magistrati di sinistra lo definirono “un nemico” distruggendolo e votandogli contro per tagliargli le gambe? Perché un governo di sinistra liberò dal 41 bis 300 mafiosi? Ma, soprattutto, perché nacque tangentopoli? Perché i politici comunisti non vennero condannati per le loro tangenti? Perché molti magistrati diventarono parlamentari a sinistra?

Quante domande sarebbe possibile fare. Tutte importanti e che ci portano a formularne altre, di domande, forse tra le più inquietanti della storia della nostra Repubblica: qual è la verità sulla strage di Capaci? Fu solo una strage di Mafia? Chi e perché ha ucciso Giovanni Falcone?

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