Le lacrime della Bolognina


Camicia bianca, giacca scura e, poco dietro i piccoli baffi grigi, il volto serio di chi si gioca tutto! Tra una parola e l’altra la mano raggiunge gli occhiali per aggiustarli; per continuare nella lettura del discorso più importante della storia della moderna sinistra italiana. E’ il giorno del XX congresso e Achille Occhetto non sorride mai: centocinquanta secondi finali di “energico tuffo” in un futuro pieno di sogni e di speranze.

E’ da un po’ di tempo, ormai, che nelle mie osservazioni sul panorama politico faccio sempre parallelismi storici. Sarà la mia passione per la storia, il mio essere conservatore o il mio lottare quotidiano contro chi dice che le ideologie non esistono più; o sarà l’età che avanza. Sta di fatto che mi perdo sempre più nell’elogio del tempo che non c’è più. Fosse da fare, l’elogio, anche ai nemici di una vita. E quindi amacord: ho pensato sarebbe stato produttivo e propedeutico a tante riflessioni la visione di un bel film. Di quelli che te li riguardi perché ti sei dimenticato da dove vieni; perché non ti ricordi come diamine ci sei finito, oggi, in una situazione tanto squallida!

Il 12 novembre 1989 è da poco passato. L’annuncio della svolta , che prese il nome di Bolognina per la battaglia partigiana che si commemorava in quel giorno, arriva chiaro e limpido proprio da Occhetto: “è necessario non continuare su vecchie strade ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso”. Dopo queste parole arriva, appunto, il XX congresso e, il 3 febbraio 1991, si materializza lo scioglimento del partito comunista più potente della storia dell’occidente.

Ho sempre pensato che le “lacrime della Bolognina” non fossero lacrime di commozione per ciò che si apriva, bensì lacrime di rimpianto per ciò che era necessario chiudere. Si, necessario a causa della fine ufficiale del comunismo sovietico. L’ho sempre pensato e a ben vedere credo di non essermi mai sbagliato. In quella svolta tanto attesa e aspettata, che avrebbe lanciato l’ex PCI nel panorama di chi ha “il giusto aspetto” per poter essere governo di un Paese, c’erano infatti tutte le contraddizioni di chi aveva dentro di se una indelebile storia comunista che non poteva essere cancellata semplicemente aggiungendo una quercia sopra una falce e martello, più piccola, in calce; poi cancellata.

Tre anni dopo, incredibilmente contro tutte le previsioni, i Democratici di Sinistra persero le prime elezioni delle Seconda Repubblica contro un Berlusconi qualsiasi. Si, perché questo fu l’atteggiamento con il quale venne sfidato. Egli infatti scese in campo contro quella che venne definita “la gioiosa macchina da guerra” e, a ben vedere, il nome era perfetto!

Infatti, proprio mentre avveniva la storica svolta a sinistra, imperversava in Italia la tempesta di Tangentopoli. La Prima Repubblica era crollata sotto i colpi delle inchieste della magistratura che, forte dell’abolizione dell’immunità parlamentare, riuscì ad operare “senza se e senza ma”. Io però un “ma” me lo ricordo. Ed è un “ma” importante! Anche i bambini sanno come le tangenti venivano ripartite. Trenta per cento DC, trenta per cento PSI, trenta per cento PCI, che in più riceveva denaro da Mosca, e il restante dieci ai partiti minori e pochi puri che non ne usufruivano. Il “ma” a cui mi riferisco riguardò proprio il PCI.

Un Antonio Di Pietro allora magistrato riuscì infatti a trovare le prove delle tangenti per tutti ad esclusione del PCI. I partiti vennero devastati ad esclusione di quest’ultimo che si salvò, cambiò nome, e si lanciò alla conquista del potere. Per carità magari mi sbaglio! Forse i politici del PCI non prendevano tangenti neanche in Emilia Romagna. Però, a conclusione di Tangentopoli, avvenne un fatto strano. Credo il più importante della nostra storia recente seppur poco raccontato: l’Antonio Di Pietro di cui parlo, a conclusione della indagine che lo rese il più importante e famoso magistrato d’Italia, stranamente si dimise. Proprio nel massimo della sua carriera e delle sue possibilità! Tempo dopo, però, venne candidato in un collegio sicuro, quello del Mugello, e divenne Senatore della Repubblica sotto il partito dei DS, già PDS. Insomma l’ex PCI, l’unico per il quale non erano state trovate prove durante Tangentopoli, nonostante valigette e soldi trovati a Botteghe Oscure. La cosa, ovviamente, può non significare nulla ed essere una coincidenza.

Come dicevo, la “gioiosa macchina da guerra” si apprestava a vincere nonostante fosse sceso  in campo un Silvio Berlusconi che creando Forza Italia andò a colmare il vuoto lasciato dai partiti devastati dalle inchieste. Poi, invece, vinse il Cavaliere, e per la sinistra si aprirono le porte di quella cosa che la porterà fino ad oggi; fino al baratro: l’antiberlusconismo!

Intendiamoci. Non che non sia giusto essere antiberlusconiani per chi crede sia giusto esserlo. Il problema, ma non sono il primo a dirlo, è che in quegli anni si aprì e successivamente si consolidò un atteggiamento improntato più sulla capacità di fare baccano quando si era all’opposizione che sulla capacità di proporsi come forza di governo. A pensarci bene nulla di strano: infondo l’anima della sinistra era appunto quella del PCI; di Frattocchie. E chi, meglio del PCI, riempiva le piazze? Chi, meglio del PCI, aveva una incredibile ramificazione sul territorio e nella società tali da poter assecondare questa capacità? Nessuno.

Fu così che la sinistra moderna e riformista che doveva nascere e crescere, si scontrò con i suoi profondi vizi. Causa anche la rabbia per la sconfitta, invece di combatterli guardando al futuro, li assecondò pensando al presente. Poco tempo dopo, però, avvenne ciò che riportò tutti ai nastri di partenza. Silvio Berlusconi, dopo circa un anno di governo, incassò il duro colpo del primo avviso di garanzia. Lontani anni luce dalle famose e più recenti leggi con cui spesso ha aggirato gli ostacoli giudiziari, un Berlusconi abbandonato dalla Lega Nord corteggiata dalla sinistra si dimise e non riottenne le urne dall’allora Presidente della Repubblica Scalfaro. E’ qui che la “gioiosa macchina da guerra”, dopo aver messo in pensione Occhetto, si ritrovò nuovamente in corsa. Vennero i governi tecnici e successivamente il Governo D’Alema.

In tutti quegli anni la sinistra avrebbe potuto lavorare nella giusta direzione per lanciarsi nel futuro davvero. Quella direzione culturale che avrebbe dovuto avere come maggior opera il mettere a binario morto l’antagonismo – che va bene solo per riempire le piazze mentre si è all’opposizione – e proporsi come forza di governo maggioritaria e autorevole.

Questo non avvenne e rimasero intatti tutti quei comportamenti e atteggiamenti che avrebbero portato alle macerie di oggi. Sono venti lunghissimi anni di nulla. Di antagonismo e di null’altro. Ripercorrere ogni momento sarebbe davvero esemplare; ma lungo e farraginoso. Mi soffermo solo nel ricordare come l’antagonismo rimase un modus operandi sempre attivo. Vennero quindi i tempi dei “No Global” e degli “spacca vetrine”. I cosiddetti “movimenti” che mai, dico mai, vennero tenuti realmente lontani dai riflettori ed emarginati. Tutt’altro. Si potrebbe argomentare, anzi, circa una regia politica di questi “bravi ragazzi”.

Penso e ripenso a quegli anni e ricordo attori, registi, comici: tutti a dettare la linea. Tutti in piazza a dire che doveva passare la loro linea, il loro modo: il modo della piazza, appunto, il modo del baccano! E quindi girotondi, manifestazioni oceaniche e roba simile. Poi popolo viola, finte femministe, no ponte, no tav, no nucleare, no tutto. Mai qualcosa di programmatico a livello politico. Mai una proposta. Per non parlare, poi, del mondo sindacale. Una delle grandi sconfitte della sinistra è stata proprio quella di considerare gli imprenditori sempre e comunque dei nemici. L’ideologia ed il proprio DNA erano più forti della voglia di alcuni di cambiar pagina.

Nacque quindi un fallimento. Il funerale nel giorno del battesimo – o quasi –  non si era mai visto: eppure è così che è andata nel Partito Democratico! Non nego che, seppur lontanamente, quando nacque il PD mi venne da pensare che, forse, un giorno, avrei potuto votarlo. Se ci ripenso mi viene da ridere. O da piangere! Un Walter Veltroni segretario, che si era ben comportato fino a quel momento, pronunciò infatti, in una manifestazione al Circo Massimo, le paroline magiche: “noi siamo antifascisti“! Li finì tutto! In quelle parole c’era tutta la storia della sinistra italiana. La assoluta mancanza di volontà di staccarsi dai linguaggi ufficiali di un tempo. Buoni per gli affezionati. Certo non per conquistare un pubblico elettorale novo e ampio. Dovevano convincere gli elettori dicendo che erano antifascisti. E perché dirlo? Ovvio: se loro sono antifascisti allora ci sono altri che non lo sono. I fascisti berlusconiani, contro i quali combattere! Evito di entrare nel merito di ciò che ho appena scritto perché qualsiasi persona sana di mente capirebbe dove sta il problema.

Le esperienze di governo targate centrosinistra ci hanno regalato spettacoli coma mai; ad esempio ministri in piazza a manifestare contro il proprio Esecutivo! Certo, qualcuno mi farà notare che dall’altro lato non sono tutte rose e fiori. E’ vero e ne parlerò in un altro articolo. Ma ho sempre pensato che il più grande problema politico dell’Italia sia stata l’assenza di una sinistra moderna e riformista, come dicono gli addetti ai lavori, ma con una forte matrice culturale, anche se diversa dalla mia, rispettabilissima; tutte lo sono. Ed è di questo che ho voluto parlare. A ben vedere Berlusconi non è uno che vinceva per quello che faceva. Berlusconi stravinceva per l’assenza totale di un’ alternativa, non dico credibile, ma almeno presentabile. E invece nulla!

La situazione odierna la dice lunga ed è ciò che resta del film che abbiamo rivisto insieme leggendo questo articolo. La sinistra italiana, nella figura del Partito Democratico, ha avuto tantissimi anni per operare una riforma culturale che la portasse verso una vocazione maggioritaria senza un rovesciamento della “vecchia guardia” e, quindi, di una intera classe dirigente e di una importante storia politica. Invece sono stati perduti tantissimi anni preziosissimi e fondamentali dietro ai vecchi vizi; al vecchio vizio di dovere fare i comunisti antagonisti. Ecco quindi che, persi i treni della storia, alla fine è arrivato Renzi: un Berlusconi senza soldi che si è letteralmente mangiato la sinistra italiana asservendola al mantenimento dello status quo. Una sinistra senza storia, senza fare politica, senza cultura: solo selfie e tweet. Una sinistra che, infatti, se si leggono in numeri in senso assoluto e non in percentuali ingannevoli, ha visto una emorragia di voti spaventosa.

Mentre il fiorentino porta avanti politiche asservite al “capitalismo finanziario” e se la ride, alle persone di sinistra di questo paese  – quelle vere –  non resta che piangere.

Lacrime piene però, lacrime vere… certamente non lacrime della Bolognina.

 

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