Non c’è nessuna necessità di ripercorrere con voi le tappe dell’ascesa al successo di tale Angela detta “da Mondello”. La storia la conoscete tutti. Quello che voglio muovere, e l’ho fatto spesso in passato, è un esercizio di riflessione su Palermo e i palermitani; e, in questo caso, sugli attacchi che questa persona sta subendo da parte di molti cittadini che hanno iniziato a denigrarla successivamente al suo “lavoro discografico” girato sulla “spiaggia più bella del mondo” che poi, guarda caso, è proprio sotto il “promontorio più bello del mondo”; chiamiamo la cose con il loro nome sennò i palermitani di offendono.

E insomma, dicevamo, Angela da Mondello. Angela da Mondello e l’ipocrisia di una città di tasci, sguaiati, volgari che invece di constatare oggettivamente che la signora sia una perfetta, limpida, reale, impeccabilmente corretta rappresentazione dei palermitani e della realtà, si lanciano in questo esercizio di ipocrisia senza fine del criticarla, proscriverla, attaccarla con veemenza. Addirittura vergognarsene, invece che vergognarsi di se stessi e della propria aderenza a quella stessa volgarità che denunciano. Quella volgarità che da questi cittadini nasce, e da sempre è stata portata in trofeo come espressione culturale.

Stiamo attenti, non mi sto mica riferendo ai cittadini di basso profilo sociale dei quartieri popolari. Per loro non nutro alcuna voglia di critica. Se non hai gli strumenti è ovvio che tu possa essere volgare come Angela da Mondello.

Mi riferisco, invece, a tutta quella piccola borghesia palermitana dei quartieri altolocati. Quella orripilante compagine sociale che si autodefinisce la “Palermo bene”. Una autoreferenzialità che fa rabbrividire poggiata sul nulla e dietro la quale il nulla c’è. Avvocati, ingegneri, notai, medici e tutti i loro altolocati rampolli nullafacenti, che in questo momento sui social stanno inveendo contro la signora Angela, accusata in mono paradossale di rovinare l’immagine di una Palermo diversa. Palermo non è Angela! Davvero?

Ho passato a Palermo 33 anni della mia vita. Purtroppo, ancor oggi, qualche giorno al mese per degli impegni mi ritrovo a dover passare qualche ora in questa città di porci sguaiati; ovviamente al netto delle tantissime persone che non lo sono e che sono minoranza che subisce questo stato di cose. In 33 anni di vita l’unica cosa che, abitando a Palermo, ho sentito dire tutto il giorno, tutti i giorni, da tutte le persone che ho incrociato è stata SUCA. Si, suca. Detto tutto il santo giorno. Suca coglione. Suca testa di minchia. Suca, suca, suca tutto il giorno, detto da tutti, in una forma davvero malata di vedere l’ironia dove non c’è. A Palermo, infatti – fateci caso – l’ironia non è costituita dal dire qualcosa di divertente nel merito, come una battuta; no, a Palermo è considerato ironico qualsiasi concetto espresso ma in dialetto stretto e dicendo parolacce, parlando in modo volgare. Devi andare a comprare il pane? Invece di dire “vado a comprare il pane” senti dire “Suca che mi chiude il panificio, sbrighiamoci”, e giù risate. Ma che c’è da ridere? Se c’è qualche lettore non palermitano vi prego di credermi. E’ un incubo ma è tutto vero. Ed è talmente vero che mi autodenuncio come protagonista di un fenomeno che talvolta ha riguardato anche me, ovviamente, essendo cresciuto in questo contesto. Sebbene io non abbia l’ipocrisia di criticare Angela.

“Suca”, “Va scassaci a minchia”, “figghi pulla”, “ti scanno a bastonate”, che sono tutto il giorno frasi utilizzate da questa Palermo bene che oggi si indigna per Angela. Angela che, rispetto a loro, è incolpevole in quanto davvero persona con una provenienza senza strumenti e quindi incapace di affrancarsi da quella volgarità che se in lei è protagonista, lo è molto di più nei palermitani degli attici in via libertà. Porci, sguaiati, volgari in ogni loro espressione quotidiana, in ogni contesto, ma con la colpevole possibilità culturale di affrancarsi da ciò… o forse no.

A Palermo sei divertente se non parli in Italiano. A Palermo la volgarità è diventata folklore, identità culturale. Negli ultimi anni, lo avrete visto, i palermitani colti e borghesi altolocati hanno cominciato, pensando che questa cosa faccia ridere, a scrivere o dire tutto il giorno 800A, che significa Suca ma camuffato e tale cosa costituirebbe ilarità. Ma cosa c’è di divertente in questa cosa di 800A? Eppure sono tutti impazziti, ne ridono come i matti. E’ veramente agghiacciante. Sui muri della città, nelle risposte alle discussioni e ci sono anche dei video montati su youtube con questo 800A.

Signori, ma solo chi sta scrivendo si rende conto che siamo davanti a un fenomeno culturale di massa? Significa che ormai non trattiamo sporadicità del fenomeno. Significa che il cittadino palermitano identifica se stesso, in modo inconscio e con automatismo, attraverso questa espressione culturale di appartenenza. Non più palermitano e volgare, bensì palermitano e quindi volgare. Attraverso l’osservazione di questa volgarità, questo linguaggio sguaiato, l’ostentazione di una aggressività verbale, anche in chi, come cultura di base, ne sarebbe lontano, possiamo denunciare un fenomeno sociale di massa, un radicalismo su base locale, che è diventato identità reale. Quella identità che, oggi, critichiamo se espressa da Angela da Mondello, piuttosto che sforzarci di criticare quei fenomeni che Angela da Mondello l’hanno creata e resa possibile e di cui essa oggi ne è rappresentante.

Perché Angela da Mondello nasce da quei suca, ripetuti tutto il giorno da notai, avvocati, giornalisti, professori e medici che, ridendone come fosse simpatico e divertente il fatto di parlare come dei porci sguaiati, hanno partecipato alla costituzione di un humus culturale di bassa lega che ormai ci circonda e ci – viene la pelle d’oca a scriverlo – identifica culturalmente. E di cui la povera Angela, credetemi, è solo una incosciente ed incolpevole vittima.