Di seguito la mia Relazione al Seminario tenutosi a Frascati il 20/21 ottobre sul Sovranismo.

Sono forse i mesi peggiori per l’Europa, almeno per come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi, quelli che stiamo vivendo in questo ultimo scorcio di 2018. Vuoi perché si avvicinano le elezioni europee nella tarda primavera del 2019, vuoi soprattutto perché proprio da queste elezioni come non mai ci si aspetta un forte cambiamento, un capovolgimento radicale per meglio dire. Lo scontro non può essere più nascosto. Da un lato le lobbiesche hanno governato l’Europa in questi decenni facendo le fortune di pochi gruppi di potere, dall’altro i popoli europei vessati e sacrificati sull’altare proprio di quegli interessi lobbistici. Sono innumerevoli i tentativi di far soccombere qualsivoglia tentativo di sovvertire l’attuale sistema. Dall’utilizzo indiscriminato delle regole europee contro quegli stati che alzano la testa fino alla denigrazione. E’ uno scontro politico forte. Uno scontro su due visioni del mondo assolutamente antitetiche. E l’Italia, con la formazione del governo giallo-verde e la conseguente ascesa al potere soprattutto di Salvini con la sua Lega ed il Movimento Nazionale per la Sovranità di Alemanno(primo a comprendere la strada che il paese avrebbe intrapreso con Salvini), oggi rappresenta proprio il crocevia di questa battaglia epocale che si sta combattendo in Europa. L’orizzonte ormai è lì visibile e finalmente chiaro a tutti noi. Porta con se la fine di un incubo durato decenni, in cui i popoli degli Stati membri dell’Unione sono stati nella stragrande maggioranza utilizzati, vessati e derubati da un sistema costruito fondamentalmente per la Germania e le lobbies che con esso si muovono. In questo contesto parlare di “Europa dei Popoli” con riguardo all’Unione europea sembra sempre meno utopistico. La percezione che una congrua parte dei cittadini ha dell’integrazione europea, oltre ad una sensazione di insofferenza, sollecitata non sempre correttamente dalla politica e dai mass media, è che l’Unione sia un “carrozzone” guidato dagli Stati – e in particolare dalla Germania – nel quale i cittadini non hanno alcuna voce in capitolo. Ma ha senso oggi, come molti pseudo intellettuali radicalchic fanno, ignorare i cambiamenti che stravolgono l’architettura obsoleta dell’Unione Europea? Nella sua analisi Ernest Renan, famoso per il suo discorso “ Qu‘est-ce qu‘une nation”  distingueva due approcci: il primo, impercorribile, includeva tutte le concezioni di nazione a carattere etnico, religioso, linguistico, geografico ed economico; il secondo approccio, che Renan giudicava adeguato, faceva riferimento ad una memoria condivisa e ai valori comuni. Una nazione si definisce tale quando il suo popolo si riconosce nelle vicende storiche passate e aderisce a comuni valori. Si comprende quindi che l’idea antica di nazione esca indebolita se non addirittura calpestata e mortificata dalla storia recente dell’Europa, caratterizzata da vicende sostanzialmente unitarie e dall’accettazione unanime dei principi del liberismo sfrenato. Ma se questo è vero, a maggior ragione ne escono indeboliti il micro-nazionalismo ed il regionalismo. Se le antiche divisioni dell’Europa ottocentesca sono in gran parte esaurite, a maggior ragione appaiono anacronistiche le visioni ancora più particolaristiche. Il regionalismo che si è sviluppato all’interno di molti stati europei ha rappresentato uno strumento di difesa per le popolazioni che ancora scontano una qualche forma di disparità: è il caso degli irlandesi nell’Ulster, dei baschi in Spagna e di altre comunità più piccole sparse per il resto d’Europa. In tutti gli altri casi invece, ed in particolare in Catalogna, Scozia, Fiandre e Nord Italia, non sussiste alcuna condizione di oppressione o discriminazione ed il micro-nazionalismo ha costituito a sua volta una forma di difesa dall’egemonia economico- politica di alcune nazionieuropee sulle altre più deboli. Ma questa fase ormai è oggi superata dalla consapevolezza crescente dei popoli europei di recuperare importanti porzioni di sovranità nazionale, malamente concesse nei decenni all’eurocrazia che ne ha fatto strumento di accrescimento del proprio potere. Ed è in questo contesto che si registrano nelle varie elezioni intermedie di vari stati europei crescenti percentuali a doppia cifra in capo a neo nati partiti populisti e sovranisti, spinti proprio dalla voglia di recuperare “le chiavi di casa”. Un caso fra tanti è quello ungherese, quello più eclatante perché ha portato ad uno scontro istituzionale. Il 12 settembre ultimo scorso il Parlamento europeo ha autorizzato il Consiglio europeo a porre in stato d’accusa l’Ungheria ed a privarla di vari diritti, fra cui quello di voto all’interno degli organi dell’Unione, a norma dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea, così come modificato dal trattato di Lisbona (13 dicembre 2007). Le accuse si riferiscono, principalmente, all’impalcatura costituzionale ungherese, considerata, nel suo complesso, come illiberale, perché non garantirebbe l’indipendenza della magistratura, e sarebbe venata di razzismo, in quanto fa esplicito riferimento all’identità nazionale ungherese ed allo spirito cattolico magiaro. Questo voto esprime in maniera molto chiara l’esistenza di due modi di vedere l’Europa: da una parte, la maggioranza del Partito popolare europeo, il Partito socialista europeo e le sinistre dell’Europarlamento, cui si sono accodati i 5 Stelle, che sposano totalmente la linea sinarchica delle istituzioni comunitarie di odio inestinguibile verso l’idea stessa di natura (intesa in senso aristotelico), le identità spirituali dei popoli, la famiglia e la prevalenza della politica sull’economia e dell’economia sulla finanza; e, dall’altra, si sostiene questi valori. Il Primo Ministro ungherese, Viktor Orban, lo ha detto in maniera esplicita: «L’anno prossimo (con chiara allusione alle elezioni europee del maggio 2019) cambieremo completamente l’Europa escludendo i socialisti dal Governo dell’Europa, mettendo al centro il diritto alla vita, al lavoro, alla famiglia, alla sicurezza».

Capofila dei nemici dell’Ungheria è, ovviamente, la Francia di Emmanuel Macron, uomo portato all’Eliseo dalla grande finanza internazionale, approfittando della morte delle tradizionali famiglie politiche francesi e di clamorosi errori tattici strategici dell’unica sua antagonista rimasta, vale a dire la leader del Rassemblement National, già Front National, Marine Le Pen. Posizioni, quelle della Francia macroniana, su cui la seguono, entusiasticamente, la Spagna del socialista Pedro Sanchez e, sia pure molto malvolentieri, a causa della simpatia di buona parte del suo elettorato nei confronti di Viktor Orban, anche la Germania di Angela Merkel. All’estremo opposto si collocano i Paesi di Visegrád(Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia), appoggiati, sia pure con discreta moderazione, dall’Austria del giovane Cancelliere Sebastian Kurz. Gli altri Paesi dell’Unione si situano tra questi due poli, ciascuno con caratteristiche proprie di vicinanza ora a questo ed ora a quello.

Discorso diverso vale per l’Italia, che, fino all’avvento dell’attuale Esecutivo, aveva mantenuto posizioni rigidamente allineate su quelle francesi (si vedano in proposito le dichiarazioni di questi giorni degli esponenti del Partito democratico); dall’insediamento dell’attuale Governo, invece, gli attriti con le istituzioni comunitarie e con Parigi sono cresciuti ogni giorno: dalla questione immigrazione ai temi economici di bilancio.

Il terrore di vedere il Governo italiano alla testa degli Stati sovranisti sta, però, inducendo i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie ad una sistematica, quanto scomposta continua aggressione nei confronti del nostro Paese; persino il Governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha abbandonato il suo usuale linguaggio tecnico-diplomatico, per minacciare il nostro Esecutivo alla vigilia del varo della manovra d’autunno. Minacce rimandate duramente al mittente con il conseguente varo della manovra economica così per come era stata pensata ed ideata al governo giallo-verde.

I partiti sovranisti sono contro l’Unione Europea così come è stata realizzata, ma non sono contro l’Europa in sé. La loro idea di Europa è quella di una fortezza da difendere come un bastione dalle invasioni. Era l’idea delle destre degli anni ottanta, che invitavano a difendersi dalle ingerenze americane e sovietiche. Oggi l’invasione da cui proteggersi è quella degli immigrati clandestini, importati in massa per le esigenze delle grandi multinazionali che hanno bisogno di manodopera a basso costo e che grazie ad essa possono intaccare i diritti acquisiti dei nostri lavoratori. È un’idea di Europa assai diversa dal concetto di Europa multiculturale e liberista che si è affermata finora. Un’Europa cristiana ed identitaria. Per costruire questa nuova entità continentale occorre abbattere il muro di Bruxelles: l’unico modo per liberare i popoli. Non è mera propaganda elettorale come qualcuno pensa. “Invece – spiega Giovanni Orsina, professore di storia contemporanea alla Luiss – è un progetto politico a cui Salvini sta lavorando da tempo. È una maniera diversa di intendere l’Europa. Nella quale molte questioni tornerebbero di competenza degli stati nazionali e gli accordi sovranazionali si siglerebbero solo quando gli stati sono d’accordo tra loro. È l’Europa in cui sarebbero di nuovo centrali gli stati nazione e diminuirebbe il ruolo della commissione di Bruxelles. Il trasferimento di sovranità smetterebbe di essere lo strumento principale della politica comune e tornerebbe protagonista la collaborazione. Certo, il rischio è che, dopo aver smontato il sistema europeo attuale, niente di nuovo sorga al suo posto, e ogni paese vada avanti per la sua strada. Nessuno, però, può negare che la cornice di trattati e norme dentro la quale si muove oggi l’Unione Europea non è più in grado di funzionare”. Evitando il tranello della demonizzazione, si può scorgere nel progetto di Europa sovranista anche “una sfida positiva” per l’Europa attuale. L’idea di costruire l’Unione Europea in polemica con le identità nazionali è del tutto fallimentare. La difficoltà nella quale oggi si trova l’Unione ha a che fare anche con questa mancata elaborazione del proprio passato e delle proprie identità collettive. Nella storia, i modelli per un’altra Europa ci sono: all’inizio degli anni sessanta, per esempio, il generale Charles De Gaulle propose il piano Fouchet, un progetto che prevedeva la costruzione di una forte Europa politica non basata, però, sul modello federale, bensì su una stretta cooperazione tra stati sovrani.

L’Europa attuale è simile ad un bunker. Data la sempre più evidente conflittualità tra gli stati, la Brexit, le crescenti diseguaglianze, lo sfaldamento progressivo degli equilibri sociali, il potere tecnocratico – finanziario europeo ha eretto a sua difesa una fortezza istituzionale in cui l’oligarchia possa esercitare il proprio potere assoluto, che è tale, in quanto indipendente dalla volontà degli stati e dei popoli.

La UE, non è uno stato, ma una unione risultante dalla somma di tanti egoismi e prevaricazioni delle classi dominanti e pertanto è incapace di costituirsi come soggetto geopolitico autonomo. A tutto questo dobbiamo porre fine.

“L’Europa dei popoli e del lavoro” contrapposta “all’Europa delle élite e della finanza”. Potremmo chiamarlo il manifesto del Sovranismo Italiano. È la strada da percorrere per difendere la nostra storia, la nostra identità, le nostra tradizioni. L‘appello a tutti i sovranistid’Europa in vista delle prossime elezioni del parlamento di Strasburgo, prefigurando un’altra Europa. Riaccendendo nei cuori di tanti il sogno per molto tempo sopito, di una Europa in cui non soltanto fossero riconosciute le proprie radici cristiane ma anche le sue identità/diversità, una Europa in cui ci fosse rispetto per il voto popolare, per i popoli prima che per le multinazionali. Una Europa in cui l’artigiano non viene schiacciato e vessato dalla grande distribuzione, in cui l’agricoltore non viene massacrato dai prezzi dei prodotti importati dall’africa piuttosto che dal Canada, in cui nessuno venga a dirci come si fa una mozzarella di bufala, come si fa un formaggio o come si fa la pasta di casa!

Questa Europa è oggi un sogno che si fa realtà!