Favignana mi ha accolto così. Con questa giornata fredda, piovosa, come gennaio. Immerso in questo silenzio irreale dentro lo stabilimento, da quando sono andati via tutti, mi sento un po’ tornato indietro nel tempo. Passeggiando nei lunghi corridoi, solo, mi immagino questo posto quando era in attività; e il sangue e la speranza erano concetti che si somigliavano molto: collimavano. Tanto è cambiato, tanto abbiamo perduto, in questa era così lontana dalla tradizione. Restano le tracce di un passato che non sbiadiscono, che restano intatte, che sconfiggono i barbari che, ve lo assicuro, vengono dal futuro. I profeti del progresso ci hanno convinto che potevamo diventare tutti uguali, senza storia, senza identità, senza radici. Esseri consumatori anglofoni ad ogni latitudine con lo stesso giubbotto e lo stesso comodino. Essi verranno sconfitti dalla storia perché viviamo immersi nell’energia di una tradizione che solo all’apparenza sembra perduta. Ma è qui, ci circonda. Mattoni della nostra moralità, della nostra cultura europea e della nostra civiltà. È una storia che non sono riusciti a uccidere e che non morirà mai. È la storia che crea l’uomo e coltivata da esso, modellata nei secoli. Una storia da difendere ogni giorno da chi vuole ucciderla per uccidere le identità e i popoli. Un bene prezioso, il più importante che abbiamo e amiamo; perché, come diceva Pound, quello che veramente amiamo è la nostra vera eredità. È la storia che appartiene a tutti noi!