Le tematiche riguardanti l’uomo e la sua condizione all’interno del mercato globale sono ormai protagoniste di dibattiti che, con l’apporto di molti autorevoli commentatori, sono sempre più tendenti a stigmatizzare questa nuova era di capitalismo sfrenato e senza regole. Tanti e difficilmente analizzabili sono i processi storici e politici che hanno preso forma decenni fa; ma certamente, è sotto gli occhi di tutti, negli ultimi anni vi è stata una velocizzazione del fenomeno che, in modo cavalcante e inarrestabile, ha visto in poco tempo lo smantellamento dei diritti sociali conquistati nel secolo scorso, la precarizzazione delle esistenze, lo sradicamento delle tradizioni dei popoli e delle loro sovranità; il tutto sull’altare di una uniformazione del consumo al servizio del grande capitale.

Circa questi temi, tra i pensatori più in luce degli ultimi mesi vi è certamente il giovane Diego Fusaro che si è distinto per la sua capacità di contrasto alle sacre regole del politicamente corretto, producendo pensiero libero, e dimostrando un notevole coraggio intellettuale; ad esempio nel tributo di memoria che egli sempre rivolge, pubblicamente, a Giovanni Gentile, a suo dire il più grande filosofo italiano del ‘900 di cui non è accettabile un ricordo sbiadito legato solo all’esperienza fascista. Allievo indipendente di Marx e Gramsci, ma non marxista per definizione, Diego Fusaro, certo non di destra, non ama definirsi di sinistra in quanto, dice lui, “se la sinistra smette di interessarsi a Marx e a Gramsci, occorre smettere di interessarsi alla sinistra; e continuare nella lotta politica e culturale, che fu di Marx e di Gramsci, in nome dell’emancipazione umana e dei diritti sociali”. Venerdì scorso, a Trapani, a cura di Eleggo.info e l’editore “Nova Civitas”, si è tenuto un convegno sulla crisi, l’Europa ed il prossimo futuro. E’ stata l’occasione per incontrarci e confrontarmi con lui, approfondendo diversi aspetti dell’epoca che stiamo vivendo e ascoltando tesi e parole di chi, oltre ad osservare il mondo, tenta di mostrarsi propositivo verso una potenziale rinascita.    

“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Tu, tra il serio ed il faceto, hai aggiunto: il partito è democratico. Sembra incredibile ma il mondo di Orwell è arrivato. Nelle tue argomentazioni citi sempre 1984. Come vivi l’emozione di vedere, intorno a noi, questa realtà scritta tanti anni fa?

L’estate scorsa ho riletto questo libro dopo tanti anni. Mi ha colpito molto perché da un lato vedi che si è realizzato quel modello distopico e dall’altro osservi che la realtà ha superato la fantasia. Orwell, quando immaginava il grande fratello, era un dilettante perché oggi siamo andati davvero oltre. Tutte le formule che citavi tu si sono realizzate pienamente ma se ne possono aggiungere altre. Esempi? Il governo è tecnico; oppure lo smantellamento dei diritti dei lavoratori viene chiamato “le riforme”; o ancora la distruzione della scuola è chiamata “buona scuola”. Aveva ragione Orwell: per dominare devi impadronirti della lingua e restringere la capacità di pensare.

E’, appunto, la neolingua del romanzo. Vediamo la creazione di esseri anglofoni ad ogni latitudine. Quale processo si cela dietro la destrutturazione delle lingue con riduzione all’osso dei vocaboli e la uniformazione a un linguaggio universale?

In primis si restringe la capacità di pensiero perché il pensiero, non solo filosofico, dovrebbe consistere nell’articolare liberamente una concettualizzazione della realtà. Queste categorie della neolingua servono a impedire un libero pensiero e obbligarlo dentro mappe preordinate. Ci sono tante categorie della neolingua. Ad esempio fascismo: non si tratta del parlare dell’esperienza storica ma il termine diventa una categoria che delegittima ogni esperienza che enfatizzi l’importanza dello stato e del primato della politica sull’economia. Lo stesso vale per il termine stalinismo che è usato per stigmatizzare ogni opinione sul disciplinare l’economia. Oppure pensiamo a populista: chiunque non assuma la prospettiva dell’élite è un populista. E ancora complottista: chi mette in discussione la visione dominante è un complottista. Ma anche in altri ambiti si trovano queste categorie. Omofobo: con questo termine si mettono sullo stesso piano il violento che discrimina e usa violenza e colui che pensa in maniera diversa, come chi dice che un bambino abbia diritto ad avere un padre e una madre. Tramite queste categorie della neolingua si viene costretti a pensare in un certo modo.

Il capitale, è sotto gli occhi di tutti, sta distruggendo tutti i nostri riferimenti. Senza pensar che questo, appunto, sia fascismo, vediamo una guerra contro la religione, le patrie, la famiglia. Tutto questo è il frutto casuale della storia o secondo te c’è dietro un disegno?

Non credo né che sia un frutto casuale né un disegno. Credo, sulla scia di Marx, che ci siano delle strutture a cui corrispondono delle sovrastrutture. Ci sono delle forze economiche dominanti che cambiano e da cui, in maniera elastica, dipendono le sovrastrutture e cioè il modo di pensare e la sfera simbolica. Se rileggi i quaderni del carcere di Gramsci lui dice che nell’americanismo del “fordismo” e del “taylorismo”, dove c’è bisogno di lavoratori produttivi e scattanti, si impone una morale di tipo puritano; non si devono sperperare energie in amori o altro. Quindi la questione sessuale, dice Gramsci, dipende dalla questione economica. Oggi che il capitalismo non è più incentrato sulla produzione ma sul consumo; e quindi la questione sessuale tende al consumo illimitato. Non c’è un disegno per attuare questi cambiamenti ma non c’è neanche la casualità altrimenti non se ne potrebbe fare una valutazione filosofica. C’è, marxianamente parlando, un rapporto tra strutture e sovrastrutture. Tornando alla famiglia, ad esempio, oggi il capitale tende a distruggerla per vari motivi. Come diceva Aristotele la comunità viene prima dell’individuo e la famiglia è una comunità in cui ci sono rapporti diversi da quelli del consumo; basti pensare al legame tra una madre e un figlio.

Recentemente i dibattiti, appunto circa la famiglia, hanno riguardato ad esempio le pratica dell’utero in affitto. Diritti civili, tanti; ma tu recentemente hai parlato, a tal proposito, di una contropartita di distruzione di diritti sociali. Secondo te è proprio così? Ci riempiono di diritti civili per distrarci da quello che sta accadendo?

Certo! In una società giusta dovrebbe esserci un implemento dei diritti civili ma anche dei diritti sociali. Nell’odierna società orwelliana abbiamo la rimozione di tutti i diritti sociali che, dall’89, procede in modo lineare. Ciò viene nascosto incrementando contestualmente i diritti civili e distraendo le masse che scendono in piazze solo per questi ultimi e mai per i diritti sociali che stanno scomparendo. Io sono contro l’uso ideologico che si fa dei diritti civili!

Per tanti anni siamo stati chiamati complottisti; eppure oggi, questa moneta, questo euro, sembra davvero essere l’origine di tutti i mali. Nessuna sovranità monetaria significa aver levato agli Stati la loro ragion d’essere. Cosa pensi circa l’Europa politica e l’euro?

Io non direi che l’euro è la causa di tutti i mali perché esso è solo il prodotto di una storia più grande: è la storia del mondo dopo il 1989; del mondo che si consegna integralmente al libero mercato e che procede, dopo aver abbattuto l’URSS, ad abbattere anche gli Stati sovrani nazionali democratici imponendo il dominio dell’economia spoliticizzata. Io penso, come dice ad esempio Bagnai, che l’euro è un metodo di governo che va esattamente nella direzione neoliberistica. Per il capitale togliere la sovranità è fondamentale perché significa togliere la capacità della politica di controllare l’economia. Se dovessimo riscrivere oggi “Il capitale” di Marx dovremmo chiamarlo “Critica dell’economia spoliticizzata”.

Insomma è tutto al servizio del capitale. Facile pensare anche a questa immigrazione nata dalla volontaria destabilizzazione del Nordafrica. Un esercito industriale di riserva, diceva proprio Marx qualche decennio fa. Tu credi alla tesi della gente che scappa o stiamo importando schiavi da adoperare all’interno del futuro mercato atlantico per contrastare quello cinese? 

Le due tesi non si escludono a vicenda. I dominanti hanno bisogno di nuovi schiavi da sfruttare e quindi bombardano questi paesi favorendo quella che io non chiamo immigrazione, bensì deportazione di massa. Ci sono state tre grandi fasi dell’imperialismo: la prima, quella seicentesca, in cui si prendevano schiavi in Africa, si vendevano in America e si tornava in Europa; la seconda, l’imperialismo studiato da Lenin, in cui si sfruttavano gli schiavi lì per portare in patria i prodotti; quella odierna, della globalizzazione, in cui bombardi i paesi e fingi che siano i migranti a voler venire da te; e tu li accogli. Sono schiavi: il capitale vede negli schiavi ciò che il vampiro vede nel sangue. Esseri umani da sfruttare illimitatamente, senza diritti, e utili ad abbassare il costo della forza lavoro.

Distruzione delle identità e delle peculiarità delle tradizioni dei popoli sono chiaramente testimoniate dai fenomeni consumistici di massa. Tutti, ad ogni latitudine, a Parigi come a Catania, abbiamo lo stesso comodino della stessa fabbrica a basso costo. Ragazzi di Trapani e di Berlino hanno le stesse magliette della stessa catena a basso costo. Non è inquietante? Quale è la visione filosofica di questo panorama mondialista?

Questa è una domanda che richiederebbe una attenta analisi filosofica. In poche parole posso dire che la mondializzazione corrisponde al farsi planetario del medesimo capitale che vuole vedersi, ovunque, riprodotto e continuamente celebrato; per questo deve annientare ogni differenza e ridurre il mondo intero a sua immagine. Da qui l’odio per tutto ciò che è locale ed alternativo. E ciò vale in tutti i settori, come quello alimentare. Penso alle battaglie contro le carne rossa per imporre il “gastronomicamente corretto”, versione alimentare del politicamente corretto: un unico piatto su scala mondiale composto da hamburger o cose vegane, stabilite dall’alto e dalle multinazionali che sono, tra l’altro, le stesse che fanno i controlli per dire cosa faccia male o bene mangiare. Quindi orizzontalizzare il gusto su scala mondiale. Se vogliamo fa un po’ ridere ma, filosoficamente, c’è dietro un problema enorme che è la mondializzazione come ideologia del medesimo, l’imposizione di una unica prospettiva. Heidegger diceva che la tendenza, nell’epoca dello sradicamento, è l’incapacità alla differenziazione; imporre un unico modello, diceva lui, di “desolante paesaggio di entità uniformi”.

L’economia, tu hai detto, dissolve l’etica. Ed è dalla filosofia che può ripartire una rinascita. Bauman ha parlato di decadenza degli intellettuali in quanto non più legislatori sociali. A tal proposito è facile ricordare Platone che scriveva: “Se i filosofi non governano le città o se quelli che ora chiamiamo re o governanti non coltiveranno davvero e seriamente la filosofia … è impossibile che cessino i mali delle città e anche quelli del genere umano». Tu sei un ragazzo, un giovane filosofo e un potenziale protagonista del prossimo futuro. Possiamo sperare in una rinascita di una classe di intellettuali, di filosofi e pensatori, che indichino nuovamente la rotta ai legislatori?

Mi ritengo anche un allievo di Hegel che diceva che non si può fare filosofia del futuro e bisogna occuparsi del presente e del passato. Non posso far profezie ma posso dire che ci sono possibilità; a patto, però, che i giovani si distacchino dalle vecchie categorie ed ideologie per creare una nuova linea di pensiero autonoma che vada oltre gli steccati. La filosofia, che oggi è pura serenata, dovrebbe avere il compito di ricategorizzare la realtà; rimapparla in maniera nuova: è quello che provo a fare nei miei saggi in cui tento di formulare nuove categorie, magari perfettibili; mi si riconosca almeno lo sforzo. Uno degli errori in cui possono incappare i giovani è l’agorafobia intellettuale; la paura di uscire all’aperto e discostarsi dalle categorie dominanti. In questo caso bisogna essere claustrofobici!

Vietato abbattersi – tu dici – Il mondo può cambiare. Hai recentemente scritto un libro dal titolo “Il futuro è nostro”. Possiamo davvero riprendercelo? E come?

Ci sono quattro cose fondamentali da fare. Per prima cosa, come ho detto, ricategorizzare la realtà. Defatalizzare l’esistente tornando a pensare al presente come storia e possibilità e non come a un destino intrasformabile. Poi insistere sulle tendenze che contrastino lo spirito del nostro tempo; se la nostra è l’epoca della globalizzazione e dello sradicamento occorrerà, per reazione, deglobalizzare, insistere sulla politica e sullo Stato, sul pensiero filosofico e su tutto ciò che va contro. Ancora andrebbe ristabilito il primato dell’uomo sulle cose e dell’etica sull’economia. Quarto punto, fondamentale, è quello di costituire un movimento culturale e politico che, andando oltre le vecchie categorie, si ponga in linea con quella che oggi è l’unica vera divisione; quella tra chi accetta il fanatismo economico del capitale e chi lo contrasta per creare una vera democrazia di individui liberi. Non so se sarò io a vederlo o le prossime generazioni; ma certamente in futuro si costituiranno sintesi inedite di persone che, nonostante abbiano visioni politiche e del mondo diverse, troveranno un punto di unione nella lotta contro il capitale per riaffermare l’uomo.