La storia di Dario Musso, ormai, la conoscete un po’ tutti. Il giovane di Ravanusa, in provincia di Agrigento, dopo aver urlato al magafono che non vi era alcuna pandemia e invitando alla protesta, è stato raggiunto dalle forze dell’ordine. Calmo, senza alcun comportamento scriteriato, si è consegnato per farsi arrestare affidandosi pacatamente agli uomini in divisa che – avrà pensato – stavano per ammanettarlo. Con impavidità e consapevolezza che il suo gesto gli stava per generare qualche problema, era protagonista, lo si vede nei suoi video, di quella protesta che è suo diritto manifestare civilmente secondo la nostra Costituzione. Invece, senza che egli se ne accorgesse, è stato sedato, portato in un reparto di psichiatria e sottoposto a TSO, legato ad un letto, imboccato, e ridotto a quasi un vegetale tramite sommonistrazione di farmaci; la cosa la si evince da una telefonata registrata dal fratello, avvocato, che riesce dopo infiniti tentativi a farselo passare. Si sente una voce da film dell’orrore, sembra un lobotomizzato che non riesce a parlare. Una cosa raccapricciante.

Ammetto, cari amici e lettori, che quando ho saputo di questa vicenda sono suonati alcuni campanelli di allarme. Questo perchè da diversi mesi non pochi intellettuali hanno argomentato circa l’eccesso autoritario con cui siamo stati protagonosti di un esperimento sociale per vedere fino a che punto non reagissimo; questa la mia opinione. Ma la cosa che mi ha fatto andare in allarme era il mezzo utilizzato, tipico della repressione dei dissidenti dei regimi comunisti, con la differenza che qui siamo in Italia.

Molti di voi mi seguono da tempo e conoscono le vicende a cui più mi sono dedicato negli ultimi anni. Una di queste, quella relativa alla distruzione della Commissione Mitrokhin da parte di una campagna stampa di interviste false iniziate con l’omicidio a Londra di Aleksandr Litvinenko, ha avuto come protagonista incolpevole l’uomo a cui ho subito pensato quando ho visto le immagini che ritraevano Musso: Vladimir Bukovsky.

Vladimir Bukovsky, oggi scomparso, è stato uno dei più importanti intellettuali del 900. La sua storia è simbolo della repressione della dissidenza attraverso l’internamento in manicomi e ospedali psichiatrici. Egli venne internato per dodici anni e, una volta uscito per uno scambio di prigionieri col governo sovietico, visse in Inghilterra dove continuò le sue battaglie.

Il lettore poco attento avrà già pensato che le due vicende non sono assolutamente paragonabili. Ma questo è un errore non da poco. Perchè è assolutamete vero che dodici anni di internamento non possono essere paragonati a pochi giorni di ricovero; ma è altrettanto vero che il parallelismo va fatto al netto della valutazione di cosa saremmo noi: una Repubblica Democratica che, archiviata la pagina della dittatura fascista ha, con la assemblea costituente, redatto una carta costituzionale con cui, ad esempio all’articolo 21, si garantisce il diritto di esprimere le proprie opinioni con ogni mezzo di diffusione. I due eventi, quindi, sono una equivalenza. La scrivo in forma letteraria e non matematica per renderla chiara: “un internamento di 12 anni sta a una dittatura comunista, come un TSO e ricovero in ospedale psichiatrico di 4 giorni sta a una Repubblica Democratica.

Spero, con questo, di aver fatto aprire gli occhi al lettore poco accorto, che paragonando qualcosa di abnorme in senso assoluto commetta l’errore di non comprendere che il caso di Musso va valutato, in vece, con il relativismo del pensiero illuminato. Siamo ancora in Italia?

Proprio l’art.21 mi richiama alla mente l’associazione giornalistica di chiara fama, e quindi di conseguenza, i giornalisti italiani. Da diverso tempo, ormai, si osserva la pratica da parte di molti di denunciare la dittatura ungherese. Non entro nel merito. Ognuno la pensi come vuole. Ma è significativo, oltre che ridicolo, osservare come gli stessi giornalisti non denuncino quanto avviene entro i propri confini.

Dall”inizio della pandemia ad oggi, abbiamo compreso come l’eterodirezione del governo italiano da parte di oscuri esperti che neanche risiedono in Italia, abbia generato dubbi autorevoli sugli eccessivi strumenti di repressione e controllo. Droni, corpi speciali, forze armate, tecnologie di ogni sorta, sono state mobilitate per braccare cittadini che prendevano il sole su una spiaggia. E’ stato generato un clima di terrore da tutti avvertito, e da tutti denunciato come assolutamente non coincidente con i principi della democrazia che da 70 anni regola, nel bene e nel male, le nostre vite.

Siamo davvero sicuri che quello di Dario Musso non sia lo spartiacque di un futuro che si apre a noi, ove il potere ha sperimentato la repressione del dissenso per motivi sanitari, in modo tale da essere appoggiato e giustificato dalla maggior parte dei cittadadini? Chi ci dice che, domani, quello che è accaduto a lui non possa diventare una prassi? Credo che sia arrivato, con Dario Musso, il momento di mettere in campo ogni azione di protesta civile immaginabile, senza distinzioni di idee, partiti, opinioni, tutti insieme supportando il fratello e dando più risalto possibile alla vicenda che è tra i momenti più oscuri della storia della libertà dalle rivoluzioni.

Viviamo in Italia e, come scrisse Alexis De Tocqueville nel suo capolavoro “La democrazia in America”: “in un paese in cui regni apertamente il dogma della sovranità del popolo la censura è non solo un pericolo ma anche una grande assurdità.“