Il debito pubblico italiano (136% del PIL) si aggira sui 2.500 miliardi di euro, detenuto per poco più del 60% dagli stessi italiani (privati, società, istituti) che ne hanno acquisito i titoli per risparmio e investimento. La rimanente parte è nella disponibilità di operatori internazionali, rientra in portafogli misti di titoli, qualche volta è, romanticamente, acquistato dagli italiani all’estero, altre volte, invece, è compravenduto dagli speculatori transnazionali.

Il debito pubblico giapponese ammonta a più di 1 quadrilione di Yen, circa 8mila miliardi di euro, quasi 4 volte il debito pubblico italiano, e rappresenta il 253% del PIL del Giappone. Nonostante questo enorme indebitamento, il Giappone non risente di fibrillazioni dei mercati, offre, ad una scadenza di 10 anni, un rendimento del solo 0,035%, non ha idea di cosa sia lo spread. Questo perché circa il 90% del debito pubblico giapponese è detenuto da soggetti residenti: banca centrale (43%); banche (19%) assicurazioni e fondi pensione (20%) e dal Fondo pensionistico nazionale (8%), risparmiatori (1%).

Il debito nazionale statunitense è oltre i 20mila miliardi di dollari (105% del Pil). Una cifra impressionante, peraltro i titoli USA, essendo particolarmente attrattivi, sono detenuti per il 30% da investitori stranieri fra cui Giappone e Cina a far la parte del leone. In questo caso, ciò che è dirimente non è la «quantità» del debito, ma la sua «qualità», in quanto gli Stati Uniti d’America hanno a disposizione politiche monetarie alquanto accomodanti sui tassi e sulla quantità complessiva di emissione.

L’Italia, suo malgrado vive una situazione debitoria difforme e peculiarmente critica rispetto ai citati casi statunitensi e nipponici. Non ha strumenti per difendersi dalla aggressione dei mercati sul proprio debito, non dispone di leve monetarie, non ha una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza. Solo le oscillazioni dei tassi di interesse orientano il mercato dei titoli, laddove invece le esigenze della spesa pubblica rimangono mortificate anche in un momento drammatico come questo.

Sia con la spregiudicata operazione MES, sia con i cosiddetti Eurobond, sia con altre forme di prestito, compresa la semplice emissione di Titoli, il Paese avrà bisogno di indebitarsi e di sostenere il pagamento di interessi per far fronte ad una manovra di emergenza anticiclica, assunto che la UE non rilascerà nemmeno un euro “di nuova emissione” neanche al cospetto della più ferale tragedia umanitaria che il continente abbia vissuto dal dopoguerra ad oggi.

Il motivo per il quale il nostro Governo è incapace di un serio piano strategico di rilancio e sostegno della nostra economia e proprio la consapevolezza di dover ricorrere ad un deficit importante senza certezze (o con preoccupanti certezze!) sul susseguente indebitamento; del resto sull’altare dell’eurodogma si sacrificano molto più seraficamente i popoli rispetto alla regolarità contabile dei vincoli.

La crisi dovuta al Coronavirus riguarda l’intero pianeta, ma ovviamente c’è modo e modo per affrontarla: Stati Uniti, Giappone ed Inghilterra non dovranno rimborsare il debito che i loro governi hanno determinato per fronteggiare l’emergenza. Quei Paesi non hanno bisogno di Mes,  eurobond o Recovery Fund, non devono contrattare le condizionalità, ma spendono in deficit acquistato direttamente dalle loro Banche Centrali e quindi magicamente neutralizzato. Finanche la Siria fa così.

A tutto questo noi abbiamo rinunciato, e crediamo che lo Stato possa “finire i soldi” o fallire, crediamo che l’UE ha sempre ragione e che da soli saremo una Italietta con la liretta, dimenticando quanto siamo stati capaci di costruire e quanto abbiamo primeggiato nel mondo con la nostra moneta e la nostra autonomia di spesa.

Ma una cosa potremmo farla. Potremmo emettere dei titoli di stato speciali, dei COVID-BOT, con un funzionamento particolare da predisporre per legge, anche in spregio alle prassi consolidate del vampirismo finanziario e ai protocolli dei mercati.

Dei titoli di stato dal buon rendimento che, però, si ottiene subito sotto forma di conguaglio fiscale. Tassi di interessi anticipati all’atto stesso della sottoscrizione come crediti di imposta. Si potrebbe arrivare a sostenere che l’acquisto di questi titoli speciali possa addirittura condonare vertenze e contenziosi tributari. Mi spingo oltre, se possibile: l’acquisto di questi titoli speciali può essere sostitutivo delle imposte! Chi acquista questi fondi per la ricostruzione del Paese anticipa direttamente la propria esposizione fiscale, guadagnandoci gli interessi a scalare sul dovuto (chi deve pagare 10.000, ad esempio, acquista 9.000 euro di titoli e si esonera dal pagare le tasse)

Sarebbe una monumentale opera di “nazionalizzazione del debito pubblico” perché è evidente che solo chi paga le tasse in Italia (=gli italiani) è interessato all’acquisto. Le somme raccolte sarebbero impiegate subito per saldare i detentori stranieri del nostro debito sovrano, e contestualmente, sempre da subito, genereranno utile e profitto a chi ha acquistato i titoli, senza che sia necessario aspettarne la scadenza. Ma di che cifre parliamo? La ricchezza complessiva degli italiani (famiglie e società non finanziarie) si aggira su una cifra che si avvicina ai 10.000 miliardi di euro! Questo considerevole monte-risparmi è in massima parte costituito da beni immobili, ovviamente, ma il netto fra attività e passività finanziarie è sui 4.000 miliardi fra depositi, titoli e azioni. È quasi il doppio del nostro debito pubblico, che come detto per il 60% è già italiano. Insomma ci sarebbero tutte le condizioni, anche perché ora sforare il rapporto deficit/pil sembra possibile, per istituire questa emissione speciale di titoli, che potrebbe definirsi una patriottica campagna di rifinanziamento dello Stato quasi come quelle della sottoscrizione del prestito durante la prima guerra mondiale.

Del resto, sotto molti aspetti, siamo in guerra. E le guerre si combattono in tanti modi. Nazionalizzare il proprio debito, fra l’altro, renderebbe molto più facile convertirlo laddove esso non dovesse essere più espresso in euro… e c’è da scommettere che a Bruxelles qualcuno se ne accorga…

La praticabilità di questa ipotesi è da sottoporre a chi sia dotato di strumenti analitici e scientifici per analizzarne il rapporto costi/benefici, nonché la concreta fattibilità giuridico-economica. Sta di fatto che un’opera di nazionalizzazione del debito pubblico, che a questo punto diventa autenticamente credito pubblico, si rende necessaria almeno fin quando la economia di questa Nazione permanga così esposta alle aggressioni dei mercati e alle pressioni delle spietate sovrastrutture comunitarie.

Non si possono servire due Patrie, per la contraddizione che non consente. Oggi è, irrimediabilmente, il momento di scegliere da che parte stare.

Ettore De Concilis