Le riflessioni derivanti dalla crisi che stiamo vivendo sono molteplici e di diversi livelli. Noi di Eleggo, da un po’ fermi con l’attività in attesa di una riorganizzazione del lavoro di redazione, vi abbiamo abituato e ci siamo abituati a non disdegnare la cronaca – certamente – ma a prediligere opinioni e riflessioni profonde circa la nostra civiltà; che deriva, ricordatelo sempre, dalla nostra politica e, quindi, da noi stessi e le nostre azioni quotidiane. Diversi giorni fa l’editore Marrocco mi chiedeva di tornare a scrivere prima possibile, in questo momento dove le parole, per aiutarci a capire ma anche solo ad esorcizzare la realtà, possono anche fungere da collante per sentirci più vicini. Sono stati necessari vari giorni per riuscire a mettere a fuoco quanto scriverò. Potevo scrivere i dettagli che state leggendo nei milioni di articoli sul coronavirus. Potevo – lo farò successivamente e al momento opportuno – scrivere ovvietà su questa vergogna immonda per l’uomo europeo, la sua cultura e la sua dignità che si chiama Unione Europea. Potevo scrivere critiche sull’operato del governo. Potevo scrivere cose che già avete letto a migliaia: a cosa sarebbe servito?

I pochi giorni passati in silenzio mi sono serviti, invece, a riflettere a tutto tondo sulle dinamiche antropologiche e culturali che in modo rivoluzionario hanno condizionato i nostri ultimi anni e la lorocronaca; anche e soprattutto politica. E queste dinamiche attengono alla Fede, alla Patria e alla Famiglia che erano ormai considerati vecchi arnesi di un mondo che non esiste più; un mondo oscuro, medioevale, senza diritti e libertà. Un mondo retrogrado, intellettualmente banale, tipico di una cultura provinciale di chi non viaggia, chi non conosce il mondo, le culture, la diversità.  Tipico di chi non capisce il valore e la ricchezza di questi migliaia di figli che sono lontani dalle famiglie per lavorare a Londra, a Parigi o a Berlino, mentre anziani genitori soli e privi della ragion di vita, aspettano i pochi giorni del Natale per rivederli, a costo di sacrificare una fortuna in denaro per acquistare un biglietto aereo che il capitalismo speculativo fa schizzare alle stelle sfruttando i sentimenti e l’amore per scopi economici e di profitto.

Era tutto perfetto, i santuari del progresso bulimico senza limiti avevano quasi vinto questa cinquantennale battaglia iniziata nel 1968. Il relativismo, denunciato dall’inascoltato e non capito immenso teologo nostro unico Papa Benedetto XVI, aveva preso piede attraverso azione legislativa atta a certificare come diritti bisogni egoistici dell’uomo capitalista, quindi in diritto di comprare se ha i soldi. Comprare oggetti e bambini, bambini come oggetti. Sono stati stravolti, nel corso di decenni, paradigmi imprescindibili della società umana tutta, non solo quella europea, per asservirla alle logiche del consumo e del soddisfacimento di bisogni materiali surrogati di felicità. Questi paradigmi è bene rivederli insieme.

La fede in un Dio: ci hanno detto che esso esiste solo nelle favole, ma l’uomo ha dato prova che senza la preghiera e la speranza non può vivere. Era una illusione data dal benessere della società del consumo edonistico. Chi, impegnato a comprare inutili oggetti che costano quanto uno stipendio, ha più tempo e attenzione per l’essenzialità della fede? Chi, educato all’aver tutto, al tutto low cost per tutti, ai viaggi per tutti, i robot da cucina inutili per tutti, i televisori piatti inutili per tutti, i telefonini costosissimi inutili per tutti, aveva più tempo per comprendere il vuoto culturale che, di riflesso, andava propagandosi nella civiltà europea decristianizzata? La necessità della fede sopraggiunge nella sofferenza, al momento del bisogno, quando l’edonismo che ci è stato somministrato non può avere effetti, non ci è di aiuto. A chi può mai dare ristoro, oggi, quel costosissimo telefono nuovo? Chi può avere attenzione per queste inutili banalità fino a ieri – pensavamo – ragione di vita? Riscopriamo, in queste ore, la centralità della vita. I sentimenti, la paura della morte e la speranza. Le risposte che non abbiamo e che bramiamo sono, come da millenni, affidate al cielo e nessun politico progressista può e potrà mai negare questa necessità umana, antica come il mondo, eterna, faro e riferimento del vivere. Il controllo sociale (positivo) dell’azione politica della Chiesa è un concetto altro, che esula, su cui certo può concedersi confronto di opinioni. Confronto non concedibile, invece, sulla inviolabilità e la non opinionabilità del Sacro e della Fede.

La Patria: ci hanno detto che era un concetto superato, che siamo cittadini del mondo senza confini, con i porti sempre aperti. Eppure al primo bagno di cruda realtà, alla prima curva, ci siamo ritrovati con Paesi limitrofi a frontiere chiuse e azioni di potere egoistiche atte alla sopravvivenza di altre patrie a scapito della nostra. Ma non eravamo cittadini del mondo? Non eravamo un solo popolo? Sbaglio o il nostro dio era diventato l’Erasmus? Ci troviamo al balcone bisognosi di identità a cantare l’inno nazionale dello Stato Italiano che, evidentemente, esiste. Esistono i Fratelli d’Italia. E se esistono allora esiste un popolo, quello che sta cantando e che fino a ieri era stato convinto che faceva parte di un non meglio precisato popolo europeo unito, mai esistito in realtà, nato per motivi coloniali e di assoggettamento in seno a strategie geopolitiche di antico progetto e ben altra natura, iniziate durante la guerra fredda.

Ultimo concetto è quello della famiglia, non breve da estrinsecare, brevissimo da descrivere in seno a quanto sta accadendo. Eravamo stati convinti che la famiglia era un vecchio arnese di un mondo finito. Che stare accanto ai nostri genitori era sbagliato perché noi tutti dovevamo migrare, andare lontano perchè è figo, lavorare da un lato all’altro del mondo mischiando e perdendo nel tempo per sempre le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra essenza e cultura. Siamo stati tutti trasformati in esseri anglofoni deculturati tutti con lo stesso giubotto e lo stesso comodino, gli stessi calzini, in ogni angolo del mondo. E’ una visione filosoficamente devatante. Una rappresentazione della vittoria del male sul bene.  Ancora mi preme ricordare il nostro unico Papa Benedetto XVI, che aveva parlato al mondo denunciando il diritto dei popoli a NON migrare. Siamo tutti migranti, chi arriva in barca, chi finisce a Londra in un ristorante, o anche in un lussuoso ufficio. Ma tutti siamo protagonisti del disgregamento dei sistemi sociali delle regioni d’origine, delle famiglie, degli affetti, della vicinanza che è antidoto all’oscurità. Siamo, se lontani, soli incapaci di difenderci. Eppure, in queste ore, tutti noi riscopriamo il valore sacro dello stare vicini. Mi sono commosso a leggere le testimonianze di chi, nella Lombardia o altrove, ha perso un genitore senza poterlo vedere, assistere. I malati vengono intubati e sedati, ma in quel momento non sanno se ce la faranno risvegliandosi o si spegneranno. Vengono salutati da un infermiere, di cui non vedono neanche il volto. E non c’è un figlio, accanto, a salutarli e tenergli la mano. Ma lo sconvolgimento dell’ordine delle cose nasce dalla impossibilità della celebrazione della morte. I funerali sono vietati, i corpi non possono essere avvicinati. Le implicazioni psicologiche legate alla mancanza di elaborazione del lutto saranno devastanti. Oggi, davvero, siete ancore appassionati di questo mondo con genitori soli rimasti nelle nostre città di origine, e noi a spasso lontani migliaia di chilometri? Quanto tempo abbiamo perduto che potevamo passare insieme? Quante occasioni per fare pace sono finite nel nulla della lontananza? L’altissima parola del nostro unico Papa Benedetto XVI circa il diritto a non migrare, andrebbe analizzata con lente e profondissime riflessioni di cui non siamo più capaci, bassissimo quale è il nostro pensiero, ridotto al lumicino dall’analfabetismo funzionale, intellettuale ed emotivo di questo mondo moderno amorale e privo di paradigmi guidanti l’essere. La nostra vita è un vagare senza una meta comprando oggetti che non ci servono.

Eppure, come in biologia per gli incendi spontanei, avvengono feedback di sistema negativi – eventi non belli ma con conseguenze positive –  che cambiano la storia, talvolta, in un attimo, con violenza. E’ la violenza di questi giorni che, credetemi, ha in sé tanto di bello circa le riflessioni, il nostro vivere, i cambiamenti che possono generarsi dentro di noi. Le menzogne liberal che hanno dominato il mondo, gli scardinamenti di tutti i nostri riferimenti culturali, le dinamiche relativistiche che siamo stati abituati a vedere come stupende rivoluzioni in atto stanno crollando, una ad una, sotto i colpi della realtà e della verità. Questo mondo moderno, forte e invincibile, sembra essere stato edificato su piedi di argilla fragile. E’ bastato un virus, invisibile al nostro occhio, a farci capire il vero senso della libertà; che non combacia con il consumo edonistico senza limiti e confini ma, ancora una volta e come da millenni, risiede nella fede in un Dio, nella necessità rassicurante di una Patria, nella visione sacra imprescindibile di una famiglia intorno a un tavolo che pranza insieme.

Nei prossimi mesi ed anni questa esperienza non dovremo dimenticarla; farlo sarebbe folle. Dobbiamo riscoprire ora noi stessi e lo snaturamento che abbiamo subito. Dobbiamo progredire tutti insieme verso il passato. Un passato i cui cardini giuridici, filosofici e religiosi non permettevano di renderci schiavi a disposizione della produzione capitalistica e di cui, proprio per questo scopo, siamo stati privati.

L’uomo, i suoi riferimenti e fari di vita, torneranno presto di moda. Perchè il coronavirus, a ben vedere, oltre a molte persone, sta assassinando anche quella cultura della sinistra che, ben prima del virus, aveva pugnalato a morte noi tutti e la nostra bimillenaria civiltà.