Le analisi storiche circa il fenomeno mafioso si sono spesso scontrate con una verità molto scomoda e cioè che una vera lotta alla mafia da parte del potere politico avvenne solo durante il fascismo, attraverso l’opera del Prefetto Cesare Mori, detto il “Prefetto di ferro”. Il giudice Giovanni Falcone, nel suo testo “Cose di Cosa Nostra” scriveva: “L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola”.

In un Paese come l’Italia dove l’antifascismo militante, una volta preso il potere, ha impedito e tutt’ora impedisce un pacato confronto culturale e un serio studio della storia, si comprende come le parole di Falcone – non oscurabili data l’autorevolezza di chi le ha pronunciate – abbiano rappresentato e rappresentino ancora una vera sfida a chi, non a caso, lo osteggiò in ogni modo mentre era in vita.

Il politicamente corretto imperante, l’antifascismo di maniera e la sterile e ignorante retorica sulla liberazione, infatti, segnano ancora i costumi di un Paese dove quasi vano è il tentativo di produrre cultura e memoria storica asettica, scevra da tifoserie ideologiche e riportante solo la verità per amor di ricerca e testimonianza; che è, questa sì, autentica cultura.

Nel mese di novembre venivo a sapere di una ricerca storica sul prefetto Cesare Mori condotta da Francesco Paolo Ciulla e approdata alla pubblicazione di un libro. Il testo, che ha un saggio introduttivo di Prof. Nunzio Lauretta e la post fazione di Pietrangelo Buttafuoco destò la mia curiosità e, intenzionato a saperne di più, tramite un amico comune, decisi di incontrarlo. Nelle due ore trascorse insieme compresi di aver davanti un vero appassionato di storia, armato di voglia ed entusiasmo. Le notizie, gli aneddoti storici che via via snocciolava – pensai – avrebbero potuto e dovuto essere protagoniste di una corposa intervista.

Ciao Francesco, da dove nasce questa tua passione?

Sono da anni un collezionista di libri e riviste del periodo tra le due guerre e, oltre la passione, ne ho fatto la mia attività. Ho, infatti, una libreria virtuale, il “Centro Librario Occidente” dove è possibile acquistare testi da collezione ma anche quello su cui mi hai chiesto l’intervista.

Appunto: Cesare Mori?

Durante le mie ricerche mi sono imbattuto in un libro che venne scritto proprio da Cesare Mori nel 1932 che si intitola “Con la mafia ai ferri corti”. In questo lui raccontava le esperienze che fece dal 1924 al 1929 in Sicilia. Ma ne scrisse anche un altro, “Tra le zagare oltre la foschia”, che è il resoconto di cosa fece a Trapani prima della guerra del 1915.

Ma quindi Cesare Mori era già stato in Sicilia prima della nascita del Fascismo?

Esatto: ad inizio di carriera lui operò a Trapani e per questo, successivamente, fu scelto da Mussolini. Proprio perché già conosceva il territorio. Oltre che, come sappiamo, per il suo essere integerrimo e forte nell’azione.  

Perché hai deciso di intraprendere proprio questa ricerca?

Io sono originario di Bisacquino e quando mi imbattei nel libro di Mori mi tornarono in mente tanti racconti di mio padre circa una notte in cui i carabinieri arrivarono in Paese e arrestarono tutti i mafiosi, portandoli in treno a Palermo. Sono cresciuto con l’epopea del Prefetto di Ferro.

Come sei arrivato alla pubblicazione del tuo libro?

Nelle mie varie ricerche mi resi conto che il testo di Mori non era facile da recuperare e inizialmente decisi semplicemente di ristamparlo. Ma, durante il mio viaggio, tanti amici hanno iniziato a fornirmi fotografie inedite di Mori, ma non solo; con l’aiuto di una amica sono entrato in contatto con l’Archivio di Stato di Pavia dove, in sedici faldoni, sono conservate le carte di Mori. In particolare siamo riusciti a estrapolare alcuni documenti e lettere autografe di Mussolini. Ho fatto ricerca anche all’Archivio di Stato di Palermo, alla Biblioteca regionale ed alla Società Siciliana per la Storia Patria. Quando, infine, ho trovato un documento in cui il Ministero dell’Interno rimproverava Mori per i metodi eccessivamente violenti durante le sue offensive verso i mafiosi, ho pensato che il materiale potesse costituire una appendice per una nuova pubblicazione.

Beh, ma questo smonta completamente una certa idea che abbiamo del regime…

E’ davvero curioso. In pratica durante il fascismo si chiede a un ufficiale impegnato nella lotta alla mafia, di rispettare comunque i diritti umani durante l’arresto dei mafiosi.

Non ci si crede…

Altre leggende da sfatare sono quelle circa il fatto che i mafiosi venissero gettati in galera senza processo. Ho letto tutti gli articoli del Giornale di Sicilia e L’Ora del tempo, e ogni giorno sono cronache giudiziarie.

Ma torniamo un attimo indietro. Mussolini sceglie Mori: cosa accade?

Mussolini era in Sicilia per un giro di due settimane. La mattina del 6 maggio, dopo Monreale, si recò a Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi, per visitare una diga in costruzione. Qui il Sindaco, Francesco Cuccia, in pieno stile mafioso fece una battuta al Duce, accennando al fatto che egli non sarebbe dovuto venire con la scorta perché comandava lui e tutto era sotto il suo controllo. Mussolini tacque ma da quelle parole comprese l’assenza dello Stato e quale fosse la natura del territorio. Dopo tre giorni, arrivato ad Agrigento, fece un discorso pubblico promettendo a “una popolazione magnifica, soverchiata da pochi criminali”, che il problema sarebbe stato risolto. Era il 9 maggio del 1924.

Una incredibile coincidenza…

Esatto: sempre il 9 maggio ma del 1993, e sempre ad Agrigento, un altro proclama contro la mafia venne fatto. Era Giovanni Paolo Secondo.

Torniamo a Mori.

Il 16 maggio Mussolini convocò il suo gabinetto e gli fecero il nome di Cesare Mori, già congedato. Richiamato in servizio, il Duce disse che si augurava che Mori usasse la stessa forza e tenacia che aveva usato contro i suoi fascisti a Bologna. Mori, infatti, ebbe molti incarichi; tempo prima, in un momento di grandi contrasti sociali, a Bologna ebbe a che fare coi gli squadristi contrastandoli.

Quindi in una manciata di giorni il potere politico prende una decisione?

Esatto: il primo giugno mori si insediò a Trapani, quindi non passò neanche un mese dalla battuta del sindaco. Dopo un anno e mezzo in cui mise ordine a Trapani, Castelvetrano, Marsala con rastrellamenti in ogni dove, a metà ottobre del 1925 venne trasferito a Palermo. A novembre iniziarono gli arresti nelle Madonie.

Puoi raccontarci degli aneddoti?

Ad esempio, il primo gennaio, con l’operato del Commissario Spanò, avvene l’assedio di Ganci. Venne chiesta la resa a tutti i criminali del territorio che, però, presero l’avvertimento sotto gamba. Dopo due giorni inizia l’azione: arrivarono i carabinieri a cavallo, entrarono nel Paese perquisendo tutte le case. Sequestrarono le mandrie dei mafiosi che vennero fatte macellare e distribuite al popolo con delle grandi griglie dove arrostire la carne.

Azioni per fare sentire la gente protetta…

Esatto: arriva la presenza dello Stato dopo decenni, in un territorio dove, alla nascita della Repubblica, come scrisse Falcone, lo Stato ha cessato nuovamente di esserci.

Questo dimostra che se lo Stato non è colluso, piuttosto che vedere assassinati uno dietro l’altro i suoi servitori e i magistrati, nel giro di poco tempo è possibile far morire anche una organizzazione che opera da decenni.

Ho avuto la conferma di una storiografia dove l’intervento energico dello Stato ha colpito una organizzazione con azioni di repressioni metodiche, precise, su ogni territorio: Bolognetta, Partinico, Torretta, Montelepre, Bisaquino, Corleone, Carini, Balestrate, Terrasini. A tappeto!

Ma i dati sugli arresti?

Stiamo parlando di 11.000 arresti in poco tempo. Una vera azione di guerra. Una guerra che fu vinta.

E le cronache giudiziarie di cui ci hai parlato, cosa raccontano?

Mori terminò il suo lavoro nel giugno 1929. Nel dicembre 1928 lui e Luigi Giampietro vennero nominati senatori per i loro meriti.

Chi era Giampietro?

Era il Procuratore Generale. Giampietro è una figura importante e poco conosciuta di cui vorrei parlare. Prima di lui, infatti, i processi ai mafiosi si facevano ma terminavano con assoluzioni in primo grado e senza ricorso. Con lui la Procura cambiò atteggiamento e i cittadini, anche con un lavoro culturale sul territorio, iniziarono a fare da testimoni per l’accusa.

Ma questo dimostra anche che i siciliani non sono omertosi. Lo sono soltanto in quanto costretti dal contesto…  

Come diceva ancora Falcone il singolo cittadino non può fare l’eroe, ma è necessaria la forte presenza dello Stato. Se i cittadini non si sentono abbandonati la legalità è sempre la strada che scelgono.

Praticamente fu una vera rivoluzione; è così?

Ti dico solo che tale fu l’azione giudiziaria, che per motivi di spazi i processi vennero spostati a Termini Imerese dove vi erano aule capienti, data la quantità di mafiosi nelle gabbie in attesta di giudizio. Il maxi processo lo inventò Giampietro.

E’ molto grave che non si parli mai di questa memoria storica positiva.

Ti dico che la memoria storica di queste cose non andrebbe osteggiata per motivazioni politico-ideologiche, di antifascismo; ma dovrebbe essere patrimonio culturale di tutti; del popolo siciliano!

Invece commemoriamo e ricordiamo soli i morti ammazzati.   

Esatto, la “colpa” di Mori è essere rimasto vivo quindi non viene ricordato. Il racconto storico è tutto incentrato sulle vittime di mafia. Ma questo certifica il fallimento della Repubblica dato che il racconto è quello di una costante sconfitta e non di una vittoria contro la mafia, come invece è stato possibile fare.

Beh, questa memoria storica monca e deforme è anche la ragione di una autocommiserazione del popolo siciliano, sempre portato a parlar male di sé e alla rassegnazione. Su questo aspetto ci sarebbe da scrivere un’altra intervista.

E’ molto grave che la nostra consapevolezza di popolo sia quella della mafia che non si può sconfiggere. Sarebbe necessaria una grande operazione culturale. Questa porterebbe anche a un cambio di atteggiamento dei cittadini siciliani. Bisogna dire a gran voce che c’è stato un momento storico in cui la mafia non solo è stata aggredita ma arrestata ed anche sconfitta! E forse queste verità sono scomode da ricordare proprio perchè ci sono stati momenti in cui davvero lo Stato non ha difeso per nulla anche i suoi uomini più coraggiosi. 

Una triste storia che appartiene a tutti noi.

La nascita della Repubblica, come accenna Falcone per lo sbarco alleato, si basò su indicibili accordi di cui ancora portiamo il peso. Si passò dai ferri corti ai patti larghi. Basti ricordare come, dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, il Ministro Conso non rinnovò il 41 bis ai mafiosi. Questa fu la risposta… 

Come pensi si debba  dare tributo di memoria?

Non dico si debbano fare statue di Mori ma, credimi, siamo davanti a una delle figure più importanti nella storia della lotta alla mafia. Si dovrebbero, quantomeno, dedicargli molte vie e certo una in ogni comune dove la sua azione cacciò i mafiosi. Le vie vengono sempre dedicate alle vittime della mafia. Dedicandole anche a Mori si testimonierebbe che almeno una volta questa battaglia è stata vinta!