Quando viene a mancare un uomo importante che lascia segni del suo passaggio terreno, è sempre difficile non cadere nella tentazione, o spesso nell’erorre involontario, di fare dei tributi di memoria che si riducano a frasi retoriche. La scomparsa del professore Buttitta è certamente uno di questi casi. Come può essere ricordato, quindi, l’operato di questo importantissmo tassello della storia della Sicilia?

Quando ho deciso di scrivere queste poche righe di tributo ho pensato che non avrei voluto elencare le attività svolte in vita, così come sappiamo tutti e si leggerà nei classici articoli di circostanza. Ho pensato fosse più giusto, nell’occasione di questo lutto, promuovere riflessione proprio circa le mancanze di questo nostro tempo; culturali e, quindi, d’anima. Perché il vuoto che si avverte in casi come questo deriva proprio dal fatto che, spesso, i personaggi che vengono a mancare ci fanno tornare a riflettere sulle migliori stagioni della nostra terra, quando la cultura aveva un ruolo predominante o certemente superiore ad oggi.

Tradizione, quindi. E anima. Perché l’attività della fondazione Buttitta ha voluto promuovere e preservare il patrimonio immenso di cultura immateriale che la nostra terra possiede. Lo smarrimento di questa epoca di giovani uniformati  e inconsapevoli, penso spesso sia proprio dovuto all’assenza di consapevolezza della propria cultura e tradizione. Si vive, di fatto, senz’anima

Quando, poco tempo fa, intervistai il figlio, rimasi colpito dal fatto che egli mi disse che dello sforzo fatto dalla famiglia e del sogno di preservare la tradizione non ne era nato un successo ma un fallimento. Non entro adesso nel merito ma, chiaramente, lo sfogo di lucida aderenza alla realtà era dovuto al constatare che le forze che remano contro una idea e un sogno, spesso possono vincere la battaglia. Ed il vuoto di cultura nelle nuove generazioni è, oggi, evidente.

Vi è però una sottile differenza tra la pagina di un libro strappata e perduta per sempre, ed una che da qualcuno è stata raccolta, magari malconcia, e conservata: quella differenza si chiama speranza.

È davvero tutto perduto oppure questa battaglia di una vita del professore Buttitta vedrà frutti oggi inaspettati? Ecco perché io pensavo e penso che nel medio termine può esser vero che un sogno sia fallito, ma che un seme prima o poi possa germogliare.

Penso quindi che l’immenso lavoro portato avanti dal professore Buttitta e dalla fondazione, non sono solo testimonianza di un impegno civile e un dono fatto a tutto il popolo siciliano, ma anche seme di una rinascita culturale che potrà fiorire e farci riscoprire la nostra identità e tradizione, nel loro significato più profondo. Il poter avere speranza quindi è, in concreto, il motivo per cui il popolo siciliano ringrazia una figura altamente rappresentativa che ci ha riempito di orgoglio. Tenacia, tanta tenacia. Come averne per tutta la vita senza mai stancarsi?

Se dovesse capitarvi, un giorno, di passeggiare per i vicoli di Ustica, percorreteli tutti e cercate una piccola targa su un muro. Vi troverete una poesia scritta dal padre Ignazio, il poeta di Bagheria:

“Non ti stancare mai di strappare spine, di seminare all’acqua e al vento.
La storia non miete a giugno né vendemmia a ottobre.
Ha una sola stagione: il tempo”