Brucia, la pelle, lentamente; con quella lentezza che è passione, lunga, infinita. Brucia la pelle che, come fosse carta, si stacca dalla carne che arde per diventare nera; nera come il volto sfigurato dal dolore; nera come il cuore di chi ti ha messo al mondo e per quel cuore nero vede bruciare vivi i suoi figli di 8 e 22 anni. Era il 16 aprile del 1973 e, a Roma, ebbe luogo il famoso rogo di Primavalle, dove arsero vivi Virgilio e Stefano Mattei, figli di Mario Mattei, militante del Movimento Sociale Italiano. Parte della famiglia riuscì a salvarsi gettandosi dalla finestra, ma così non riuscirono a fare il giovane ventiduenne e il cucciolo di casa che venne ritrovato, carbonizzato, abbracciato alle gambe del fratello, come a sperare di esser protetto.

No, cari amici e lettori; non voglio raccontarvi questa storia, non voglio fare la cronaca di quegli eventi. Non voglio polemizzare per come ormai siete abituati a vedermi fare; come potrei anche adesso, come dovrei; come sarebbe giusto in risposta ai tanti personaggi mitici della cultura italiana che si prodigarono a difendere e spalleggiare gli assassini di Potere Operaio, l’organizzazione politica di estrema sinistra artefice dell’attentato. No, non mi va. Sarà l’odore della carne fumante, dolciastro, che arriva alle mie narici attraverso le testimonianze di chi, quella notte, era sotto quella finestra; o sarà la mia capacità di fermarmi, talvolta, e raramente mettere a freno il mio istinto polemico davanti alla immensa importanza della riflessione che è produttiva solo se è pacata, non violenta, densa di sentimenti positivi anche per chi ha sbagliato, certo, ma mosso da un odio che non nasce dentro i ragazzi ma che qualcuno gli insegna, per usarli. Sarà perché credo che quello che veramente amiamo, i sorrisi, gli abbracci, l’amicizia, devono andare oltre le differenze ideologiche e le opinioni politiche, che sono nulla rispetto alla grandezza dell’amore.

In questo giorno che è rimasto a commemorare un evento rimasto simbolo della violenza politica demoniaca che ha infettato il cuore dei ragazzi, non voglio raccontarvi la storia di chi ha perso la vita per la sola colpa di non avere le “giuste idee politiche”. In questo giorno che commemora un evento così lontano, voglio soltanto fare riflettere che, oggi più che mai, quell’odio, quella educazione politica violenta, quella voglia di vedere morto l’avversario politico è sempre presente nel vocabolario di molti che, sciocchi, con leggerezza partecipano ad un gioco pericoloso. Sempre più alcuni Leader politici, lo abbiamo visto a Roma e Torino, sono impossibilitati a tenere un comizio. C’è chi cerca di impedirlo con atti violentissimi per tappare la bocca a chi appartiene alla parte politica opposta. Le piccole violenze dell’oggi mi preoccupano molto. Sono, infatti, costanti, instancabili e accompagnate da un fenomeno pericolosissimo e che è comburente per il rogo che, da un giorno all’altro, potrà scoppiare ancor oggi: la proscrizione costante, operata dai giusti, da chi fa parte della squadra del bene. La proscrizione intellettuale, culturale, a tutti i livelli sociali e in tutti i luoghi della vita civile. La delegittimazione di una categoria, di chi non compra il giornale giusto, di chi non dice ciò che è prescritto, colto, accettato. Questo fenomeno apparentemente innocuo, in realtà, coadiuva la violenza politica, la fomenta, la scatena creando nella testa dei giovani e meno giovani “giustificazione nel compiere atti di violenza politica verso alcuni soggetti”. Si incunea nelle persone, inconsciamente, la certezza, odiando, di compiere il bene. Una miscela che è silente, subdola, strisciante. Di quelle che a parlarne vieni considerato eccessivo, pessimista. Ma sono fenomeni, questi, che vivono dentro la società che, in larga parte, non è osservatrice terza ma attiva protagonista dei processi sociologici, inconsciamente, inconsapevolmente. E non ci si accorge di nulla fino a quando non è troppo tardi, fino a quando non c’è più niente da fare. Ci si ritrova ad aprire il cranio di un ragazzo con una spranga senza neanche accorgersene, senza comprendere come sia stato possibile, quale percorso lento abbia portato alle condizioni perché ciò accedesse come bere un bicchier d’acqua.

E’ proprio vero. Per capire il presente bisogna conoscere il passato, averlo fatto tuo a tal punto da attualizzare i fenomeni, confrontarli, paragonarli agli eventi dell’oggi. Giorno dopo giorno vedo i mattoncini dell’odio che portarono alla carneficina degli anni ‘70 tornare al loro posto, in una gestazione lenta ma costante, in un ricorso storico inquietante. Ciò che manca ancora, la miccia che porterà alla detonazione, sarà una eventuale affermazione politica del nemico? Quale il casus belli? Una scazzottata finita male e che darà inizio a una valanga di eventi violenti a catena? Non possiamo saperlo.

Parlo ai ragazzi di oggi e solo a loro. Siate protagonisti delle vostre azioni e dei vostri pensieri. Non fatevi insegnare l’odio da nessuno. Studiare gli anni 70 e capirli, nel loro significato più profondo e malvagio, serve ad imparare ad amare davvero; senza limiti. Non commettete gli errori che hanno insanguinato il nostro Paese. Solo così scacceremo gli incubi di quelle fiamme, di quella carne aperta dal fuoco. Solo così non ci sarà più nei nostri occhi l’immagine di quel volto tra le fiamme, non più quell’odore di morte. E immagino, mentre scrivo, Virgilio e Stefano sorridenti. Felici per il fatto di non esser stati dimenticati; per il fatto di poter essere simbolo eterno di un passato che non tornerà mai più.