Ho conosciuto il soprintendente del mare Sebastiano Tusa qualche anno fa quando, da giovane subacqueo appassionato, mi proposi come volontario per delle campagne di scavo. Feci la conoscenza di quello che, per me, era una specie di mito non tanto per il ruolo che ricopriva e ciò di cui era protagonista in quel momento quanto, principalmente, per il suo essere testimone di una delle pagine più romantiche e a cui sono più legato, per passione personale, della storia della Sicilia: la ricerca archeologica subacquea e, più in generale, l’esplorazione degli abissi. Quali e quante storie, legate alla subacquea e poi all’ambito archeologico sarebbe possibile raccontare? Tante!

Oggi la Sicilia non parla più quella lingua dei sogni; ma, affranti come siamo da una quotidianità fatta di fallimenti e mancanza di cultura, è importante testimoniare cosa è stato possibile far nascere e affermare in questa terra: la terra dei ragazzi della Panaria Film, della caccia subacquea diventata sfida agli abissi e del mitico Cecè Paladino, pioniere della ricerca archeologica subacquea. Storie che partono da lontano e ci raccontano di un’epoca felice. Ecco: il merito di Sebastiano Tusa potrebbe esser valutato solo relativamente al suo lavoro di archeologo e alle sue scoperte; ma c’è qualcosa che va oltre questo. C’è un uomo che è riuscito, attraverso il suo lavoro e la sua passione, a non far morire e potare con sé tutto questo patrimonio di storie di vita e di emozioni; che è riuscito a scrivere una pagina del grande libro di questa avvenuta sottomarina ed è diventando il più grande testimone vivente di una terra, la Sicilia, dove i sogni erano realtà.

Da tempo pensavo di rincontralo per una intervista e quando è stato possibile ho colto l’occasione per farmi raccontare le sue più grandi scoperte, le tecniche utilizzate, le vicende storiche a loro legate e alcuni degli aneddoti che hanno cambiato il corso della storia dell’umanità. Inoltre, durante la nostra lunghissima chiacchierata, ho avuto anche la possibilità di ascoltare le sue opinioni sulla politica, sugli errori commessi e le vicissitudini, passate e presenti, legate alla tutela dei beni culturali in Italia.

La Soprintendenza del Mare nacque nel 2004. E‘ passato ormai tanto tempo ed è certamente possibile fare dei bilanci. Può raccontarci come e quando nacque l’idea e in che circostanze si riuscì a far venire alla luce il tutto?

“Da un punto di vista tecnico-scientifico, l’avere una struttura che si occupasse solo di mare era una esigenza che partiva da lontano, già dagli anni ’70. Il legislatore siciliano, durante il passaggio di competenza dallo stato alla regione, con le leggi 80 e 116 sui beni culturali, aveva previsto una stazione di archeologia subacquea presso Lipari; non autonoma ma in regime di condominio tra il museo di Lipari ed il Centro Regionale per i Restauri. Quando iniziai la mia attività prima in soprintendenza a Palermo e poi a Trapani fui uno dei pochi ad occuparmi di archeologia subacquea, avendo la possibilità di immergermi; ed, a poco a poco, venne fuori questa idea di una Soprintendenza del Mare: sarebbe stato meglio che ci fosse stata, come in tanti paesi europei e non, una struttura che si occupasse solo di archeologia subacquea. Tuttavia le idee, per diventare realtà, hanno bisogno della politica e di circostanze particolari. Queste ultime furono diverse. Intanto la scoperta del Satiro: nel 1997 capitan Ciccio recupera la gamba e l’anno dopo recupera il Satiro. Contemporaneamente Robert Ballard viene in mediterraneo e, alla periferia della Sicilia, al Banco Skerki, identifica sette relitti e da uno di questi asporta 170 pezzi e li porta negli Stati Uniti. Questo fece gridare allo scandalo in tanti paesi del mediterraneo e di li si arrivò alla Convenzione Unesco sulla protezione del patrimonio culturale sommerso. Queste concause, questi eventi, aumentarono l’interesse della politica per questo settore. La Sicilia fu al centro di tutto questo – Ballard viene in Sicilia ed il Satiro viene trovato in Sicilia – e si venne a creare in quegli anni una convergenza astrale tra quattro personaggi fondamentali: il sottoscritto, come tecnico, che sottolineò l’importanza dell‘archeologia subacquea; l’assessore ai beni culturali Fabio Granata che colse al volo tutto e tradusse in politica questa esigenza e, sempre in politica, chi ne capì il valore fu Salvatore Cuffaro, allora Presidente della Regione. Il tutto agevolato da un dirigente amministrativo che era Giuseppe Grado, allora direttore regionale dei beni culturali. La convergenza di tutti andò nella direzione di creare una soprintendenza del mare. C’è un episodio che sigillò il tutto e avvenne in occasione della presentazione del Satiro alla Camera dei Deputati. Durante la cerimonia venne fatta una conferenza stampa e, poco prima dell’inizio, Cuffaro mi chiese consiglio per dare una svolta alla nostra idea, impressionare la stampa e far capire che la Regione Sicilia aveva capito l’importanza del Satiro e di questi temi. Ed io gli dissi di lanciare in quel momento, durante il suo intervento, la nostra idea. Così fece e così nacque la Soprintendenza del Mare.”

Sono davvero tante le attività svolte, i successi, i recuperi di altissima importanza. Da poco, ad esempio, è iniziata la musealizzazione, presso il Baglio Anselmi di Marsala, della Nave romana di Marausa. Può raccontarci brevemente la storia di questa nave, del suo recupero e del successivo restauro?

“La scoperta si deve al senso civico di due cittadini, Antonio Di Bono e Dario D’amico. Questi erano dei subacquei e durante una sommozzata scorsero alcuni legni. Mi chiamarono, dicendo di aver trovato del legno antico vicino la riva. Io ero dirigente a Trapani e la Soprintendenza del Mare ancora non esisteva. Rimasi scettico perché pensai che, dati i pochi metri di profondità, non potesse che essere un vecchio barcone abbandonato scambiato per un relitto antico. Ma dopo qualche giorno, comunque, andai a immergermi e mi accorsi che erano davvero legni antichi! Questa nave non era mai stata vista prima perché si trovava coperta da malta di posidonia. Era però successo che, poco tempo prima della scoperta, qualcuno aveva costruito un piccolo molo abusivo e questo aveva modificato le correnti; ciò aveva provocato, dopo centinaia di anni, lo scavo di una massa di posidonia e la scopertura su un lato di questi legni che, appunto, vennero visti. Da li iniziò il percorso di immersioni e sopralluoghi che mi fecero capire che si trattava di un relitto molto grande – l’età era intorno al terzo secolo dopo cristo – con frammenti d’anfora di origine nordafricana. Facemmo la prima campagna di scavo, poi una seconda ed infine il recupero del legno che è stato trattato con i polisaccaridi. Vi sono due principali tecniche per questi trattamenti. Il legno, che è stato in acqua per secoli, nel momento in cui viene recuperato e l’acqua al suo interno viene a mancare, si deforma. Si iniettano quindi delle sostanze per riempire questi vuoti. Negli anni ’30 i norvegesi idearono il PEG, una cera che si inserisce con acqua calda. Il limite di ciò è che la cera attira la polvere e con alte temperature squaglia. Ma, soprattutto, essendo il procedimento di imbibizione fatto con acqua calda, il colore del legno si altera e diventa nero. Vi è un altro sistema, che io ho preferito, ed è il sistema dei polisaccaridi, detti volgarmente amidi o zuccheri. In questo, prima dell’imbibizione, vi è una diversa tecnica di estrazione dell’acqua che si fa mediante vuoto: il legno in pochi secondi viene portato dalla pressione atmosferica a circa – 270 e ciò determina la fuoriuscita repentina dell’acqua senza che si alteri la struttura. Questo lavoro è stato svolto da un laboratorio italiano, una piccola impresa di Salerno, che si chiama Legni e Segni della Memoria. Il relitto, dopo una trattativa sul dove metterlo tra Trapani e Marsala, è poi stato portato al Baglio Anselmi. Abbiamo già esposto la chiglia e aspettiamo un ulteriore finanziamento per definire il montaggio e la musealizzazione.”

La zona, quella della costa tra Trapani e Marsala più l’arcipelago delle Egadi, è una di quelle maggiormente interessate da una notevolissima attività di ricerca. La ricchezza dei luoghi e l’importanza che essi hanno rivestito nei millenni non si discutono. Una delle più importanti attività svolte della Soprintendenza del mare, se non la più importante, è stata la campagna di ricerca sulla Battaglia delle Egadi, operata con la fondazione RPM. Può raccontarci la affascinante storia di questo conflitto? Quali certezze, su come andarono le cose, sono state raggiunte e quali reperti sono stati portati alla luce?

“Inizio dai reperti perché in archeologia qualsiasi teoria deve essere supportata dalla scoperta dei reperti. La prova dell’esistenza di questa battaglia, e del luogo, sono soprattutto gli 11 rostri recuperati, i 7 elmi, nonché centinaia di anfore. E per quanto riguarda la battaglia, come andarono le cose davvero? Si era alla fine della prima guerra punica e dopo 20 anni di scontri estenuanti i due eserciti si fronteggiavano sul monte di Erice, senza che nessuno avesse la meglio. I cartaginesi decisero di dare l’affondo finale allestendo una flotta di 700 navi per mandarle in aiuto ad Amilcare, che era assediato. I romani  intuirono tutto e organizzarono una flotta al comando di Gaio Lutazio Catulo. La flotta cartaginese lasciò Cartagine e arrivò a Marettimo dove sostò alcuni giorni perchè l’Ammiraglio Annone aspettava il vento favorevole per partire. Dove sta la causa della vittoria romana? Principalmente nella astuzia dell’ammiraglio romano che intuisce la rotta della flotta cartaginese. Non era facile. L’obiettivo era arrivare sulla costa siciliana quindi lo sbarco poteva avvenire in un punto qualsiasi tra Drepanum e Lilibeo. Ebbene Lutazio Catulo, forse anche per la presenza di spie e informatori, comprese che la rotta di Annone, invece, sarebbe stata a nord per raggiungere la baia di Bonagia da dove l’esercito cartaginese poteva risalire il monte con facilità. Intuita la rotta la flotta romana venne posta all’ombra di Capo Grosso dell’isola di Levanzo; e li aspettò i nemici. All’alba del 10 marzo del 241 a.c la flotta cartaginese naviga verso Bonagia e, quando si trova a circa due miglia da Capo Grosso, la navi romane salpano e la aggrediscono. L’effetto sorpresa fu determinante perché i cartaginesi non si aspettavano di essere stati scoperti e questo creò scompiglio. In più la fortuna giocò un ruolo importante perché il vento cambiò. Questo, come spesso avviene alle Egadi, parte la mattina con una brezza da ponente e poi gira secondo tutti i quadranti. Prima verso maestrale, poi tramontana e così via. I cartaginesi persero il ponente e, siccome ai tempi non era possibile navigare di bolina, fino a quando il vento fu al traverso poterono farcela ma, quando questo divenne levante, il vento di prua arrestò la navigazione. Quindi si unirono vento contrario e flotta romana a sbarrare la strada. Annone capì di non poter andare avanti e ordinò la ritirata per non perdere la flotta. Le perdite, per questo, si limitarono solo una settantina di navi perché lo scontro durò pochissimo. Questo, però, significò la perdita della guerra perché Amilcare, senza vettovagliamenti e aiuti, non ebbe scampo e quindi i romani chiesero la resa. Qual è il merito dell’impresa scientifica? Quella di avere capito esattamente il teatro della battaglia che, prima, si pensava fosse stato la cala rossa di Favignana, dato il toponimo; e tutti i manuali di storia romana dicevano quello. Io ebbi questa intuizione perché negli anni ‘70, l’ultimo dei Florio, Cecè Paladino – persona a cui devo molto – mi raccontò di aver trovato centinaia di ceppi d’ancora lungo la costa orientale di Levanzo. Sia lui che io ci chiedemmo come fosse possibile perché quella non era una zona di ancoraggio. Né per rindossarsi, essendo una zona di forti correnti, né per approdare, essendo una costa con una falesia verticale. Era quindi un luogo dove aveva sostato una grande flotta. Da quello ristudiai Polibio, mi feci aiutare da Piero Ricordi per studiare il regime delle correnti e dei venti dell’epoca e arrivai a questa deduzione; cioè che la battaglia fosse avvenuta a nord ovest di Levanzo. Si trattava quindi di fare la ricerca e sfruttai questo mio collegamento con gli americani per usufruire dei mezzi necessari.”

Ancora in collaborazione con una fondazione oceanografica, l’Aurora Trust, un’altra campagna molto importante è stata quella delle isole Eolie. In quel caso cosa venne alla luce? Può dirci, brevemente, quali strumenti e tecnologie adoperano queste navi da ricerca?

“Le navi scoperte alle Eolie sono 4, denominate Panarea 1, 2, 3 e 4. Sono tutti relitti integri tranne il quarto che è stato manomesso dalle reti a strascico e sono quindi siti che presentano migliaia di anfore giacenti sul fondo del mare. Si trovano tra i 100 e i 140 metri di profondità e sono il frutto di una ricognizione effettuata  con un sistema consolidato: l’utilizzo del side scan sonar, a scansione laterale, con strisciate sistematiche sugli stessi luoghi modificando le frequenze e l’altezza dello strumento rispetto al fondo del mare. In ogni tipo di ricognizione questo strumento va utilizzato nel migliore dei modi. Il sonar lavora a diverse frequenze e bisogna individuare quella idonea e l’altezza ideale per fare una ricognizione che vada a segnalare i cosiddetti target, e cioè i punti sensibili che destano interesse. Su questi, poi, vi si ritorna con il Rov e le telecamere, quindi con l’occhio umano. O, anche, con i sub altofondalisti. Cosa fatta sia con l’Aurora Trust sia con la GUE – Global Underwater Explorers – di Jarrod Jablonski. Questi relitti sono integri e intatti dal momento del naufragio e questo ci ha consentito, specie sul terzo, di fare ricognizioni con mini sommergibili potendoli osservare per ore o prendere con i bracci antropomorfi qualcosa e portarla in superficie. Sul Panarea 3 io ho formulato una ipotesi osservando una specie di tubo sulla poppa dell’imbarcazione. Intuii che era il tronco di un altare di bordo. Istruii i subacquei chiedendogli di scavare intorno per vedere se sotto c’era la vasca. Così fu, era sottosopra, e scavando tirarono fuori il fusto, la colonnina e il grande bacino circolare che era l’altare; ben decorato con un bassorilievo. Nelle vicinanze trovammo la base che era stata rotta. Questo ci permise di verificare un fatto già conosciuto e cioè che a bordo di queste navi vi era un altare per sacrifici, ingraziarsi le divinità prima della partenza o altro; secondo, molto importante, sulla base di questo altarino trovammo 3 lettere greche: Sigma, tau ed epsilon. Queste, studiate dall’archeologa Francesca Oliveri, ricondussero a una famiglia di commercianti di zona campana. E questo confermò anche quello che pensavamo sul carico e cioè che fosse composto di anfore  greco italiche di produzione campana.”

Passando dalle scoperte che ci ha raccontato alle sue opinioni sulla gestione dei beni culturali, in questo momento è aperto il dibattito sulla riforma Franceschini. Approccio interdisciplinare e nuove soprintendenze: al riguardo lei è stato protagonista di un recente intervento in favore di questa riforma, rivendicando il ruolo della Sicilia come apripista di questa esperienza con la riforma della Soprintendenza unica provinciale degli anni ‘70. Può spiegarci più precisamente di cosa si tratta e le sue opinioni sulla legge? E in quali parti andrebbe migliorata?

“C’è una critica che può essere mossa subito che è quella della separazione tra tutela e valorizzazione. Ritengo che separare nettamente le due cose possa essere dannoso. Le tre fasi principali del settore dei beni culturali sono ricerca, tutela e valorizzazione e sono tutte diverse. Però devono essere collegate! Perché non si può fare ricerca senza tutela e viceversa; e non si può fare valorizzazione senza ricerca. Cosa valorizzi se non conosci? Questo lavoro, tra vari settori, deve essere un lavoro di gruppo. L’archeologo non è un esperto di comunicazione; siccome per la valorizzazione è fondamentalmente la comunicazione questa va fatta da persone specializzate, certo, ma che non possono lavorare in regime separato dall’archeologo. Perché chi comunica deve sapere come è fatto il bene archeologico e, per quanto possa essere bravissimo e preparato anche in ambito archeologico, è comunque bene che la valorizzazione avvenga insieme ad un archeologo. In questo senso la riforma Franceschini andrebbe rivista. Per quanto riguarda il concetto di  soprintendenza unica io sono favorevole perché il concetto unificante della ricerca, della tutela e della valorizzazione è il contesto e quindi il paesaggio. Quello che ha fatto grande questo nostro Paese è il paesaggio ma questo raggruppa un po’ tutto; mette insieme archeologia, storia dell’arte e dell’architettura, etnoantropologia e via così. Quindi è evidente che un approccio multidisciplinare è molto più vincente e appropriato rispetto all’operare in modo singolo dei vari settori. Io ho vissuto tutto ciò nella mia carriera e ho visto che molto spesso noi lavoravamo insieme a colleghi architetti e paesaggisti per affrontare determinati problemi, ognuno con il suo apporto. L’archeologo, l’architetto, l’atropologo e le altre figure. Non voglio dire che l’esperienza siciliana è stata tutta rosa e fiori e – certo – ci sono delle incongruenze. Ad esempio nello spirito del legislatore siciliano vi era la volontà di raggruppare vari settori facendo del soprintendente una specie di primus inter pares. Questo poteva essere specialista di una sola materia ma il suo ruolo doveva essere quello di coordinatore dei vari settori e non di capo. Invece, nella realtà, la figura del soprintendente ha avuto un ruolo di comando. E’ vero che la norma dice che, con una discrepanza tra il soprintendente e il direttore di sezione, alla seconda volta questo può inoltrare la pratica anche col parere contrario del soprintendente, ma nella realtà non succede. Per una questione di rapporti umani ma anche perché esso ha il potere di avocare. Questo è un elemento che andrebbe rivisto. Nella mia visione della soprintendenza quello del soprintendente dovrebbe essere un ruolo di coordinatore che a turno, ad esempio ogni due anni, potrebbe essere ricoperto da persone diverse e di diversa specializzazione. Ma il concetto dovrebbe essere quello della collegialità delle decisioni. Al di là di tutto, comunque, per me il concetto di soprintendenza multidisciplinare è sacrosanto. Sembra alquanto strano che alcuni colleghi siano contrari. Non vorrei che questo derivasse dalla preoccupazione di una “diminutio” di potere perché è ovvio che con le soprintendenze uniche i posti dirigenziali diminuiscono. In generale, quindi, il mio giudizio sulla riforma Franceschini è positivo.”

Relativamente a nuove logiche di gestione da tempo si discute circa l’autonomia di bilancio dei parchi archeologici? Lei cosa pensa al riguardo? Vi sono esempi virtuosi in tal senso? Si può sperare di mettere in atto, con una nuova mentalità e organizzazione, una gestione all’altezza del patrimonio archeologico siciliano?

“L’autonomia di bilancio è sacrosanta e questa la darei sia ai musei che alle soprintendenze. Secondo me uno dei modi per uscire dalla crisi della pubblica amministrazione è istituire il principio di responsabilità. Questo oggi non esiste, essendo spalmato in mille rivoli. All’inizio dell’anno bisogna fare un piano di spesa con i fondi concessi e, a fine periodo, rendicontare le attività svolte.  Chi fallisce va a fare un altro lavoro. Che è quello che avviene in altri Paesi dove, come per i musei, si ha un budget annuale da rendicontare. Questo impedisce di sprecare i soldi e, soprattutto, di avere un responsabile. Il risultato positivo lo si vede dall’esperienza del parco di Agrigento che, al netto della sua importanza che gli assicura una quantità di visitatori certa e costante, dimostra che esso può vivere quasi da solo facendo cassa ed essendo gestito al meglio come per la pulizia, la manutenzione, la promozione, le mostre o il contrastare imprevisti.”

Parlando di Sicilia e politica: se è vero che molti dei problemi legati alla gestione dei beni culturali sono interni agli uffici, non si può non argomentare circa le mancanze, le occasioni perdute e le inefficienze per i fondi europei non spesi o mal spesi anche per responsabilità della politica. Sebastiano Tusa, tra le sue mille esperienze, quale aneddoto negativo racconterebbe?

“Noi certamente abbiamo un patrimonio archeologico che, nella sua gestione, non ha raggiunto standard europei. Abbiamo perso diversi treni in passato sulla corretta utilizzazione dei fondi europei. Ad esempio l’episodio del primo POR è negativo. Per carità, si sono fatte anche tante cose belle e personalmente ne ho usufruito perché sono riuscito a fare, ad esempio sull’isola di Pantelleria, tantissimi lavori che hanno messo in luce aree archeologiche eccezionali. Ma dove sono stati gli errori? Certamente nella pianificazione! Se io decido di valorizzare una certa area archeologica, una certa chiesa o altro, devo al contempo cercare di capire se questa valorizzazione può, successivamente, essere garantita nel tempo da un contesto che me lo permetta, come l’avere viabilità adeguata e servizi adeguati. Questo POR, quindi, è stato utilizzato in maniera settoriale o per l’inventiva di alcuni dirigenti, come il caso di Pantelleria, oppure per motivi politici. Perché il politico del tale paese, magari, ha voluto restaurare le chiese di quel paese o valorizzare il parco archeologico di quel paese senza tenere conto, magari, che per arrivarvi ci vogliono cinque ore di automobile dal capoluogo o che, a contorno, non vi sono servizi adeguati che rendano fruibile il tutto. Ecco, la grande occasione mancata è stata quella di contestualizzare la spesa. I soldi vanno spesi affinché ogni euro possa poi avere un ritorno grazie a un contesto che lo garantisca; altrimenti nascono cattedrali nel deserto. Io faccio anche autocritica: quando ero a Trapani uno dei miei progetti fu quello del circuito delle grotte e ho avuto dei finanziamenti per valorizzarne sedici. Abbiamo fatto un ottimo lavoro che è partito dalla ricerca per approfondire la conoscenza dei siti ed è continuato con la valorizzazione, la sentieristica, la pannellistica, i depliant turistici. Abbiamo fatto tutto ma se oggi andiamo li non c’è più nulla: pannelli distrutti, transenne che non ci sono più e così via. Perché noi – e ripeto faccio autocritica anche se molte cose non mi competono – abbiamo fatto un ottimo lavoro di valorizzazione ma non lo abbiamo inserito in un contesto. La comunità europea cosa chiede oggi? Il piano di gestione. Questa delle grotte è una della mie sconfitte. Abbiamo fatto un ottimo lavoro ma oggi il risultato è un disastro.”

In questa intervista abbiamo ricordato solo alcuni dei lavori svolti in questi anni appassionanti; ma ad elencarli tutti sarebbero davvero tantissimi. A quale di questi lei è più legato? Qual è la sua più grande soddisfazione, il ricordo che porta nel cuore più di ogni altro?

“Io sono stato un archeologo sia di terra che di mare e i miei ricordi sono quindi binari. Per quanto riguarda il mare la soddisfazione maggiore è stata quella per la battaglia delle Egadi che non è stata una semplice scoperta ma l’approdo di uno studio. lo insegno sempre ai miei studenti che non è l’archeologo che fa le grandi scoperte; egli le decodifica ma queste le fanno i pescatori, i cacciatori, gli agricoltori, i cercatori di funghi e asparagi. Per un archeologo la soddisfazione maggiore è quella di trovare conferma di una propria ipostesi. Sulla battaglia delle Egadi sono partito da una ipotesi sul teatro della battaglia e quella è stata una ipotesi verificata: una grande soddisfazione. Per quanto riguarda la terra la soddisfazione maggiore è l’aver sostanziato una cultura del bicchiere campaniforme della Sicilia occidentale con una serie di ritrovamenti e insediamenti di necropoli dove è presente questo tipico vaso che testimonia la presenza in Sicilia di popoli venuti dal nord Europa, tra i 2000 e i 2200 anni prima di cristo. Grazie a queste mie ricognizioni, i chilometri a piedi nelle contrade di Partanna, Santa Ninfa, Castelvetrano, Campobello e Mazzara del vallo, e con la collaborazione di tante persone tra cui i contadini che danno le dritte, sono riuscito a trovare una serie di insediamenti dove ho scavato e che mi hanno permesso di scrivere delle pubblicazioni. Avere verificato la presenza di questo popolo in Sicilia in quel periodo è stata un’altra delle mie principali soddisfazioni.”